La nuova collezione di McQueen per l’autunno/inverno 2026 si costruisce attraverso un’introspezione psicologica dell’intimità umana e la sua performatività esteriore. Sean McGirr analizza, attraverso i codici della maison, la tendenza a mostrarsi come risultato di costruzioni stratificate. Le maschere pirandelliane cedono sotto il peso degli impulsi umani più profondi

Per una maison come quella McQueen l’analisi socio-culturale del presente rappresenta una narrazione radicata nella sua stessa essenza identitaria. Sean McGirr per l’autunno/inverno 2026 affronta una riflessione esistenziale perfettamente incalzante con il clima culturale del presente. La tematica principale è quella dell’artificio che negli ultimi due decenni è diventato il filtro principale del nostro essere. Non una semplice maschera di bellezza che mostriamo sui social ma una “censura” pirandelliana che ci fa mostrare al mondo soltanto la nostra esteriorità performativa. L’intimità, e dunque la nostra vera essenza, viene ricoperta da costrutti sociali, canoni estetici escludenti e da una ricerca spasmodica della perfezione. E così uno spazio sospeso nel tempo accoglie questa lettura nei look del nuovo McQueen in cui le modelle diventano protagoniste senza volto. In un’operazione uncanny difatti ritroviamo in passerella maschere iperealistiche che ricreano volti umani o altre ricoperte di applicazioni preziose in un chiaro rimando alla storicità del brand. All’interno dello show, in questa conversazione tesa fra intimità ed esteriorità, si delinea uno svelamento del corpo umano.

Ritorna il concetto del “mostrarsi” alla base di tutta la narrazione ma anche la volontà umana di scendere nelle profondità del proprio io. E così diventano preziose le parole di Sean McGirr: «Siamo sempre connessi; sempre a curare, consumare, esibirci e a essere osservati. Sempre più, desideriamo qualcosa di intimo, viscerale e reale.» La collezione ci invita a fermarci per andare a fondo attraverso espedienti estetici delicati, riferimenti alla storia del costume e al quotidiano. Si abbandona la spettacolarità in favore della sottrazione concettuale ma anche funzionale senza mai rinunciare all’heritage di un brand così importante.

Tensione esistenziale
C’è dunque un senso di delicatezza che ritorna in tutta la collezione in cui pizzi e merletti lasciano intravedere il corpo nudo delle modelle, ma non solo. Le stampe e decorazione di abiti e/o coordinati ci ricordano un quotidiano sbiadito come quello di una carta da parati di una casa in campagna abbandonata. Riemerge un manierismo misurato che impreziosisce la celebre Napoleon Jacket, must-have di questa stagione. Questo capo rientra negli immancabili i riferimenti estetici alla storia di McQueen come la celebre stampa Skull che in questo caso viene reinterpretata in una sciarpa di lana. Si delinea anche una collisione di decenni come le silhouette romantiche d’ispirazione anni Sessanta che si scontrano con i pantaloni in pelle a vita bassissima anni Duemila.

Un mix di artifici “autentici” che non richiedono un solo linguaggio ma l’unione di una collettività estetica e sociale. I capispalla si sorreggono su strutture architettoniche essenziali e misurate ricoperte di pelle o tessuto perlescente. Il rigore del completo sartoriale viene sdrammatizzato da un colletto a cascata d’archivio mentre il pizzo ritorna in intricati ricami su strati di organza. Dal passato vengono riprese applicazioni che ci ricordano piume o squame in un omaggio nostalgico alle collezione più iconiche del fondatore della maison. Un abito bianco dai volumi ariosi con cappuccio riporta un prato fiorito immacolato; prezioso, fiabesco e delicato. McQueen fa cadere le maschere di un presente sempre più alienato dissacrando la ricerca “dell’essere visti” in favore di un più profondo slancio esistenziale.
Photo courtesy McQueen.



