Cinque make-up artist trasformano il volto in uno spazio di identità, sperimentazione e libertà creativa, delineando nuovi codici della bellezza contemporanea
Per anni la bellezza ha cercato di diventare invisibile. Pelle perfetta ma apparentemente nuda, sopracciglia disciplinate, contouring impercettibile, labbra glossy e quella sensazione di naturalezza che, in realtà, di naturale aveva ben poco. Ora qualcosa sta cambiando. La perfezione controllata della clean girl comincia a sembrare improvvisamente datata e il beauty torna a essere gesto, trasformazione, identità. Non vuole necessariamente renderti più bella. Vuole renderti più interessante.
Basta osservare il lavoro di David Gillers, Marie Bruce, Karin Westerlund, Dee Carrion e Thomas de Kluyver. Cinque linguaggi differenti che condividono la stessa necessità: liberare il make-up dalla sua funzione puramente estetica e trasformarlo in uno strumento per costruire immagini, personaggi e nuovi immaginari. Il volto non è più qualcosa da perfezionare. È qualcosa da usare.
Pretty is not enough
Nel lavoro di David Gillers, la bellezza incontra goth, anime, visual kei e club culture. Argento, sopracciglia sottilissime, piercing, incarnati quasi bianchi e labbra improbabili costruiscono personaggi sospesi tra creatura kawaii, alieno e club kid. Il make-up non serve a correggere, ma a definire un’identità.
Anche le labbra abbandonano la rassicurante perfezione della lip combo: glitter, pigmenti metallici, colori innaturali e texture diventano strumenti di trasformazione. La bocca non deve più essere semplicemente sexy o desiderabile. Può diventare strana, artificiale, disturbante. Non si tratta più di trovare il rossetto giusto. Si tratta di decidere quale personaggio essere.
Il volto come paesaggio
Marie Bruce trasforma il make-up in un linguaggio visivo, utilizzando il volto come una superficie su cui sperimentare con colore, materia e texture. La sua ricerca supera l’idea tradizionale di bellezza per avvicinarsi alla pittura e alla costruzione dell’immagine. Pigmenti intensi, sfumature irregolari e gesti spontanei modificano il viso senza cancellarne l’identità. Le sue ispirazioni attraversano arte, fotografia, cinema, tessuti e memoria personale.
L’imperfezione diventa parte del processo creativo, lasciando spazio all’istinto e alla libertà espressiva. Il make-up non serve più soltanto a valorizzare, ma a trasformare, raccontare e creare nuovi personaggi. Una visione contemporanea in cui la bellezza diventa sperimentazione, identità e gesto artistico.
Perfectly wrong
Karin Westerlund lavora invece sulla tensione tra precisione e disturbo. La pelle può essere pulita, sofisticata, quasi scultorea, ma qualcosa interrompe sempre l’equilibrio: una superficie metallica, un pigmento, un riflesso plastico, una texture inattesa. Il suo è un minimalismo che non coincide mai con la neutralità.
È proprio questo contrasto a renderlo contemporaneo: non serve riempire il volto di elementi per trasformarlo. A volte basta un dettaglio fuori posto, una superficie troppo lucida o un colore applicato nel punto sbagliato. Il make-up diventa quasi materia. La nuova pelle non deve essere flawless. Deve avere un’intenzione.
More is more again
Poi arriva Dee Carrion e qualsiasi residuo della clean girl può considerarsi ufficialmente in pericolo. Colore, graphic liner, metallici, face tape, blush esasperati e sopracciglia trasformate in elementi grafici: nel suo universo il trucco smette di rispettare i confini tradizionali del volto. La stessa energia arriva nel celebrity beauty attraverso i suoi lavori con Doechii, Chappell Roan, SZA e Ayo Edebiri, portando un’estetica che fino a qualche anno fa sarebbe appartenuta quasi esclusivamente all’editoriale sperimentale dentro la cultura pop.
C’è qualcosa degli anni Ottanta, qualcosa della club culture e qualcosa di completamente contemporaneo. Colori saturi, texture, segni grafici e un’apparente mancanza di controllo che, in realtà, è estremamente studiata. Undone, but intentional. Forse è proprio questa una delle definizioni più precise del beauty di adesso.
Il make-up come un accessorio
Thomas de Kluyver rappresenta il collegamento più evidente tra il nuovo beauty e la cultura underground che lo ha preceduto. Rave australiani, club londinesi, drag culture e punk attraversano un vocabolario fatto di pigmenti fluorescenti, glitter, cristalli, perle, prostetica, lenti colorate e segni apparentemente infantili. Ma ciò che rende il suo lavoro particolarmente interessante è il contrasto.
Un gesto può essere estremo mentre tutto il resto rimane quasi inesistente. Una pelle completamente nuda e un occhio dipinto. Una bocca troppo rossa. Una linea volutamente imperfetta. Una lacrima artificiale. Un dettaglio assurdo applicato su un volto altrimenti intatto. Il make-up diventa così qualcosa da indossare quasi come un gioiello o un accessorio: non serve necessariamente a migliorare il volto, ma a raccontare qualcosa di chi lo porta.
Ed è forse qui che si trova la direzione più interessante del beauty contemporaneo. Non più il full look. Non più la necessità di correggere, armonizzare e perfezionare tutto. Un gesto. Un errore. Un colore. Una texture. Una faccia che finalmente non deve assomigliare a tutte le altre.
La bellezza non sta scomparendo. Sta semplicemente diventando più strana. E decisamente più interessante.



