Tra passerelle ultra-thin, vigoressia e l’ombra del looksmaxxing: come i canoni estetici contemporanei stanno scardinando la psiche maschile
Il ragno è estremamente abile nel tessere le ragnatele — fili appiccicosi con cui intrappola le sue prede — ma a volte, seppur raramente, può accadere che resti esso stesso imprigionato nella propria trappola mortale. Ed è esattamente ciò che è accaduto ai maschi fondatori e promotori del patriarcato, rimasti imprigionati nel gioco che loro stessi hanno creato.
Questo processo ha origine da San Paolo, teorizzatore del pensiero patriarcale, che individuò in Eva la radice di tutti i mali del mondo. A partire dal celebre “partorirai con dolore”, egli stabilì che da quel momento in poi la donna avrebbe dovuto vivere in una condizione di subordinazione e obbedienza al marito; quest’ultimo, inizialmente visto come vittima della tentatrice, sarebbe poi diventato l’eroe salvatore grazie all’avvento di Cristo.
Vi starete chiedendo cosa c’entri tutto questo con la moda maschile. Il punto è proprio questo: a causa del retaggio culturale e dei dogmi imposti dal “decalogo” del comportamento del vero maschio, l’uomo ha dovuto celare la propria fragilità e sensibilità a favore di una virilità urlata, che gli impone in ogni circostanza di mostrarsi come il sesso forte. Si è alimentata così una mascolinità tossica di cui ancora oggi subiamo le conseguenze e le pene.
Tutto ciò si riflette inevitabilmente anche sull’estetica dei corpi. Se un tempo l’imperativo era essere virili e con una corporatura solida, oggi la moda — che si professa ipocritamente libera e inclusiva — ci impone di essere eccessivamente magri o eccessivamente muscolosi, tagliando fuori chiunque non possieda un corpo “conforme”.
Come si può leggere nel “Size Inclusivity Report“, diffuso da Vogue Business, durante le sfilate Primavera/Estate 2026 i modelli appartenenti alla categoria straight-size (ovvero la taglia standard ultra-sottile) costituivano ben il 98,5% del totale, una quota salita ulteriormente al 99% nell’Autunno/Inverno 2026. Qui, su 2.523 look analizzati tra Milano e Parigi, i modelli mid-size si sono fermati allo 0,8% e i plus-size ad appena lo 0,2% (con Milano attestata su uno 0% assoluto).
I dati parlano chiaro. Se nel mondo della moda femminile si è tentato di diffondere la body positivity attraverso le modelle plus-size, nell’universo maschile non ci si è nemmeno mai provato. Osservando le ultime collezioni emergono due tendenze opposte. Da un lato dominano i corpi super magri, dall’altro quelli iper-muscolosi della cosiddetta tendenza Protein Chic. Nel primo caso l’industria impone pantaloni super skinny e short sempre più corti, che evidenziano gambe magrissime. Nel secondo, invece, si prediligono indumenti disegnati per mettere in risalto ed esibire i muscoli di braccia e pettorali.
Ed è così che sempre più uomini si ritrovano ad assumere e ad abusare di Ozempic per essere sempre più magri. Nei casi più estremi, si arriva a ricorrere al looksmaxxing. Questo termine, nato all’interno delle community online, indica la ricerca ossessiva della massima perfezione estetica. Il processo si realizza attraverso un mix forzato di cura personale, stile, fitness esasperato e chirurgia. Oggi, il nome più celebre e discusso associato al movimento è Braden Peters, noto online come Clavicular. Lo streamer rappresenta l’ala più estrema (hardmaxxing) del movimento. Promuove, infatti, pratiche considerate pericolose dai medici come il bonesmashing — ovvero l’assurda pratica di colpirsi le ossa facciali con un martello sperando che, guarendo, diventino più spigolose — o l’uso precoce di sostanze chimiche e ormonali.
Tutto questo ha ripercussioni profonde, non solo a livello estetico ma anche psicologico. Spesso, infatti, dietro l’apparenza si celano disagi ben più gravi. È il caso dei DCA (Disturbi del Comportamento Alimentare) che, nell’universo maschile, rappresentano ancora un tabù di cui si parla troppo poco. Per rompere questo silenzio ho deciso di confrontarmi con la Dottoressa Eleonora Mutolo, psicologa e psicoterapeuta. Insieme a lei abbiamo analizzato cosa si nasconde dietro la ricerca ossessiva della perfezione fisica e come la pressione sociale stia cambiando il rapporto dei ragazzi con il proprio corpo.
Il “Drive for Muscularity”: quando il corpo diventa un’ossessione
Il primo dato che emerge dal nostro confronto è un errore clinico storico: per anni i disturbi alimentari sono stati considerati una questione esclusivamente femminile. Come spiega la Dottoressa Mutolo, «gli studi epidemiologici e la letteratura si sono basati prevalentemente su pazienti donne; pertanto, anche i manuali diagnostici riflettevano quella specifica sintomatologia. Questo ha avuto l’effetto di ritardare o perdere del tutto l’opportunità di fare diagnosi tempestive nella popolazione maschile». Oggi i DCA nei maschi sono in aumento, ma rimangono una realtà sommersa: solo il 10% chiede aiuto, spesso tardi, a causa della riluttanza ad ammettere un disturbo percepito come “da femmine”. È il peso soffocante del retaggio culturale.
A cambiare, nei maschi, sono i driver psicologici. Sul fronte femminile domina il drive for thinness, ovvero la ricerca della magrezza. Negli uomini, invece, si sviluppa il drive for muscularity, caratterizzato dall’ossessione per la muscolosità e l’esercizio fisico compulsivo. Come sottolinea la psicoterapeuta, questa dinamica dà luogo a disturbi specifici. Tra i più diffusi troviamo il Binge Eating, cioè il disturbo da alimentazione incontrollata, e la vigoressia, legata alla ricerca ossessiva di un corpo scultoreo e forte.
Questa ossessione trova terreno fertile nella polarizzazione della moda attuale, divisa tra corpi super magri e fisici iper-muscolosi. Secondo Mutolo, questa frattura «crea una vera e propria scissione identitaria. Da un lato abbiamo l’estetica della deprivazione, oggi amplificata dall’abuso off-label di farmaci sazianti, che promette il controllo assoluto sulla biologia attraverso una magrezza eterea. Dall’altro, il corpo iper-muscoloso che risponde a un ideale di iper-performance e potere». Quando la moda elegge questi canoni a standard di successo, la psiche maschile interiorizza un ricatto: esistere solo a patto di performare. Si fa strada così la dismorfofobia, una condizione in cui il corpo reale non è mai all’altezza di quello ideale.
Ma come si distingue il confine tra la cura di sé e la patologia? La dottoressa offre una “domanda-bussola” fondamentale che rivolge ai suoi pazienti: «Cosa succede se non lo fai?». Il discrimine risiede nella flessibilità e nel livello di sofferenza. La cura di sé migliora la qualità della vita e tollera l’eccezione. La patologia, al contrario, è rigida e compulsiva. «Parliamo di disturbo quando l’intera autostima è legata esclusivamente alla performance fisica o alimentare, quando saltare un allenamento o modificare un pasto genera un’angoscia intollerabile. In quel momento, il corpo cessa di essere un mezzo per vivere e diventa una prigione emotiva». I segnali di pericolo a cui prestare attenzione sono chiari: irritazione eccessiva, un dialogo interiore denigratorio, isolamento sociale e comportamenti autopunitivi.
Il prezzo dell’invulnerabilità: la moda maschile e l’illusione della perfezione
Infine, c’è un motivo profondo se l’industria della moda fatica a sdoganare corpi maschili “non conformi”. Muovendosi tra psicologia e sociologia, la Dottoressa Mutolo evidenzia come l’abito maschile, specialmente nel lusso, non vesta solo un corpo, ma lo status, il potere e l’invulnerabilità. «La non-conformità corporea evoca inconsciamente concetti che la cultura patriarcale ha sempre rimosso nell’universo maschile: la vulnerabilità e la fragilità. È la conferma di quanto il patriarcato danneggi gli stessi uomini, impoverendoli di possibilità espressive». Inoltre, il corpo maschile è diventato oggetto di scrutinio commerciale solo in tempi recenti. Nel lusso domina ancora l’aspirazionalità pura: l’uomo compra la proiezione idealizzata di ciò che vorrebbe essere, non lo specchio della propria realtà. Sdoganare l’imperfezione maschile è un’operazione culturale complessa per un mercato che fattura promettendo l’ideale.
Ed è proprio in questo che risiede la trappola letale del ragno, il quale ci insegna che molto spesso anche il più abile stratega può finire per restare intrappolato nel suo gioco mefistofelico, pur avendo l’illusione che a lui non potrà mai accadere nulla.
Photo cover Prada SS27.



