Si è svolto questa notte l’attesissimo Met Gala che inaugura la mostra annuale del Metropolitan Museum di New York dedicata alla moda. Quest’anno l’exhibition “Costume is Art” indaga il rapporto fra abito e corpo; fra manipolazioni anatomiche e celebrazione della diversità. Sul red carpet il dress code scelto invece è stato “Fashion is Art” attorno il quale tutte le celeb invitate hanno dovuto raccontare la propria interpretazione del “vestire” ispirata a qualsiasi forma d’arte e al suo rapporto con il corpo umano. Il risultato? Uno dei Met Gala meno stimolanti degli ultimi anni
Fra gli spazi del Metropolitan Museum di New York nel primo lunedì di maggio si manifesta un cerimoniale che negli anni si è investito di un’aura sacrale; quasi inarrivabile. È il Met Gala, l’evento mondano più atteso dell’anno dalla fashion Industry, non solo per l’inaugurazione della grandissima mostra dedicata alla moda nel museo ma soprattuto per il celebre red carpet. Pochi minuti per calcare le leggendarie scale e mostrare al mondo un look che si speri diventi virale sui social (sia per un proprio tornaconto che per la Maison che invita la celebrity). Forse è proprio in queste intenzioni che negli ultimi anni la magia legata al Met è andata dissolta in fiumi di like, repost e reel che cercano di spiegarci e/o giustificarci ogni particolare dei look che osserviamo. Una continua ricerca della viralità del momento, della reference più di nicchia e del pezzo d’archivio più esclusivo che nessuno potrà mai più indossare. Se a tutto questo delirio di onnipotenza, nell’edizione di quest’anno, aggiungiamo il fatto che lo sponsor più grande sia stato Jeff Bezos, il destino della poesia legata all’evento è definitivamente persa.
Nonostante le insistenti voci che preannunciavano numerosi boicottamenti da parte delle A-list star per via dei coniugi Bezos, il green carpet sembrerebbe non aver perso gli invitati più attesi. Da Rihanna e Asap Rocky sino a Blake Lively, la famiglia Kardashian, Doechi e le leggendarie Madonna, Cher e Stevie Nicks.
Fashion is Art
Il dress code scelto per l’edizione 2026 del Met Gala (selezionato dalla perpetua co-chair della serata Anna Wintour fin dal 1995) è stato “Fashion is Art”. Un tema allineato alla mostra “Costume is Art” e che ha invitato i partecipanti a interpretare l’arte attraverso la moda in una conversazione ideale con la propria anatomia. Se in molti casi questa direzione ci porta verso una lettura didascalica, la vera intenzione era quella di raccontare il “vestire” come una vera e propria performance artistica in cui il corpo diventa fonte d’ispirazione. Una narrazione che negli anni ha accomunato moltissimi designer leggendari. Ricordiamo le collaborazioni fra Elsa Schiaparelli e il movimento Surrealista, la collezione ispirata a Mondrian di Yves Saint Laurent e la Pop Art di Andy Warhol sugli abiti di Gianni Versace. Nella storia più recente moltissimi altri creativi hanno prestato il proprio immaginario alla musa Erato. Ad esempio Jeremy Scott nei suoi anni da Moschino o il duo Victor & Rolf nella collezione Haute Couture FW 2015.
La scorsa notte moltissimi degli invitati sono ricaduti nella sfera didascalica del tema ma la maggior parte sembra abbia preferito defilarsi nell’eccesso o nella banalità. Il risultato è sicuramente uno dei Met Gala meno vincenti di sempre; o almeno da quando il red carpet si è trasformato esso stesso in una vera e propria exhibition. Ripercorriamo la serata attraverso i look migliori e tutte le loro ispirazioni.
Madonna in Saint Laurent by Anthony Vaccarello
La regina del Pop ritorna dopo diversi anni al Met Gala al fianco del direttore creativo di Saint Laurent Anthony Vaccarello. Il suo look (che ci ricorda l’era di Ray of Light) è ispirato ad un frammento del dipinto Surrelista “Le tentazioni di Sant’Antonio”. L’opera di Leonora Carrington viene riproposta fedelmente attraverso un abito in pizzo nero e metri di chiffon di seta trasportati da ancelle bendate. A completare il quadro e a renderlo ancora più evocativo, un fascinator a forma di vascello di Philip Tracy. Un’opera d’arte in miniatura appartenuta a Isabella Blow e considerata da quest’ultima la creazione più bella mai creata dal modista. Non è un caso infatti che in occasione del funerale della fashion editor lo stesso cappello sia stato posato sul suo feretro.
Kim Kardashian by Allen Jones
Per Kim Kardashian il Met non è un semplice evento mondano ma è l’occasione perfetta per costruire l’alibi “perfetto” per la propria fama. Una ricerca ossessiva alla creazione del momento virale ma anche intriso di significati concettuali, culturali e nel caso di quest’anno anche artistici. Il look scelto difatti è in realtà una vera e propria opera d’arte del Pop Artist britannico Allen Jones. Quest’ultimo viene ricordato soprattutto per i suoi busti femminili realizzati in vetro resina intorno agli anni Sessanta. Una celebrazione del corpo delle donne che passa attraverso anche una critica sociale al patriarcato. Di Jones sono divenuti celebri anche gli arredamenti in cui le strutture portanti di tavoli e sedie venivano sostituiti da corpi femminili. Kim Kardashian e tutta la sua storia legata alla propria fisicità in qualche modo rappresenta perfettamente la filosofia dell’artista. Un corpo che viene messo in mostra, utilizzato e digerito in pochissimi istanti. Oggettificazione che oggi l’imprenditrice miliardaria rivendica attraverso un proprio calco in vetro resina e una gonna in pelle realizzata dal duo Whitaker Malem.
Alex Consani in Gucci by Demna
Alex Consani per il suo ritorno al Met si affida all’immaginario di Demna e al suo lavoro da Gucci. Il look prende ispirazione da un frammento de “La primavera” di Botticelli in un omaggio all’arte rinascimentale di Firenze e all’heritage della maison. Nel look viene riproposta la trasformazione della ninfa Clori nella dea Flora in seguito al rapimento del dio Zefiro. Attraverso un mantello bianco Alex Consani rivela un corsetto nude e una gonna drammatica ricoperta di piume nere.
Sarah Paulson in Matières Fécales
L’attrice statunitense Sarah Paulson si distacca dal tema ma forse propone il look più impegnato di tutti. Il suo abito realizzato dal duo parigino Matières Fécales fa parte della collezione FW 2026 “1%” in cui veniva denunciata l’oppressione dell’élite del mondo. Un racconto grottesco della moda e della società contemporanea che si ricollega, non troppo velatamente, alla polemica delle donazioni alla mostra di Bezos. Paulson difatti ricoperta da metri e metri di tulle logoro completa il look con una benda sugli occhi a forma di dollaro.
Hunter Schafer in Prada
La star di Euphoria Hunter Schafer per il red carpet prende ispirazione dal quadro di Gustav Klimt “Mäda Primavesi” riproponendolo quasi didascalicamente. L’abito realizzato da Prada si costruisce attraverso una sovrapposizione di un tessuto bianco devoré che rivela una sottoveste in chiffon di seta con stampa floreale. Un’immagine vezzosa e fanciullesca resa iper contemporanea dai codici visivi del brand milanese che ripropone la stessa narrazione del suo ultimo show per la FW 2026.
Stevie Nicks in Zara by John Galliano
La “Strega Bianca” e leggenda della musica folk-country Sevie Nicks per il suo debutto al Met Gala sceglie di affidarsi a John Galliano. L’artista indossa un abito dai volumi estremi sorretti da una crinolina drammatica mentre la parte superiore si compone di un corsetto e l’immancabile cilindro. Un perfetto esempio dell’estro artistico del designer britannico. Peccato però che quello che abbiamo osservato è il primo look della sua discussa collaborazione con Zara in uscita il prossimo settembre.
Anok Yai in Balenciaga by Pier Paolo Piccioli
La modella dell’anno Anok Yai si affida alla nuova direzione creativa di Pier Paolo Piccioli da Balenciaga. Il suo abito che prende ispirazione direttamente dagli archivi della maison non prende in riferimento nessuna opera d’arte. A rendere il look magnetico e in perfetta sintonia con il dress code della serata però è lo straordinario make-up realizzato. Un base dorata, che dona alla modella un’aura divina, viene ricoperta da applicazioni preziose e lacrime. Un chiaro riferimento e omaggio all’arte sacra e in particolar modo alle diverse rappresentazioni della Vergine Piangente.
Emma Chamberlain in Mugler
L’attrice e presentatrice del red carpet al Met Gala affida la propria immagine al nuovo Mugler di Castro Freitas. Attraverso un omaggio lapalissiano ad uno dei look più celebri della Maison (l’abito “Chimera” del 1997) vengono riproposti gli schemi cromatici di Van Gogh. L’abito realizzato in chiffon trasparente viene cosparso di pennellate che, aprendosi ad un blu intenso dell’ampia gonna, ci riporta alla mente “La notte Stellata” dell’artista spagnolo.
Jeremy Pope in Vivienne Westwood Archive
L’attore Jeremy Pope ritorna al Met presentandoci (come sempre) uno dei look maschili più interessati della serata. Per “Fashion is Art” non prende in riferimento un quadro o un artista ma il proprio corpo. Una scelta più in linea con la mostra che con il dress code che però regala nuova vita all’iconica collezione di Vivienne Westwood FW 1996. Il look è l’espressione più complessa dell’artigianato e ripropone l’anatomia muscolare maschile attraverso un busto completamente ricoperto da ricami di perline. Il gioco di chiaro scuri regala al pezzo d’archivio una tridimensionalità poetica e dal forte impatto visivo.
Rihanna in Maison Margiela Artisanal
Rihanna, come dichiarato dalla stessa Anna Wintour, può tutto: arrivare in ritardo ma anche non rispettare il dress code (come nel caso di quest’anno). L’artista difatti, in chiusura del red carpet, si presente con un abito straordinario Artisanal di Maison Margiela. Il look è i risultato di una sintesi di due diverse uscite della prima collezione di Haute Couture di Glen Martens. Una base ricoperta da 15mila applicazioni preziose e una gonna in lamè che attraverso una serie intricata di drappeggi avvolge tutta la figura di Rihanna. Una vera e propria opera d’arte.



