Durante l’ultimo fashion month ci sono state delle presenze che hanno fatto più rumore di qualsiasi altro influencer o brand ambassador delle maison più in vista. I miliardari sono entrati ufficialmente nelle grazie della moda; dall’editoria più istituzionale sino alle passerelle più sovversive. Nonostante i prezzi proibitivi del fashion system sembrino parlare esclusivamente a queste figure, la loro presenza convalida difatti una mercificazione del pensiero creativo
Non è un segreto che il sistema moda, almeno per come lo conosciamo oggi, si erge su sistemi capitalistici che hanno come unico obbiettivo il guadagno. Un obbiettivo legittimo, soprattutto per i grandi gruppi che fatturano miliardi e che vengono sorretti dal lavoro di migliaia di persone e aziende secondarie. Negli ultimi anni però la necessità si saziare il dio denaro sembrerebbe aver surclassato la ricerca della qualità. Una tendenza problematica, messa alla gogna mediatica da numerose indagini delle forze dell’ordine che hanno scoperto modalità produttive ai limiti dello sfruttamento. Nessuna maison, anche quella più illustre, è stata risparmiata. Per chi invece riesce a tutelare i diritti dei lavoratori (nei paesi occidentali) questa ondata di malcontento si è abbattuta sui prodotti messi in commercio.
Nonostante i prezzi sempre più proibitivi infatti la qualità, sintomo più autentico del vero lusso, sembrerebbe esser stata dimezzata. E così nelle boutique ricoperte di marmo pregiato arricchite da opere d’arte inestimabili vediamo esposti abiti in poliammide, acrilico o prodotti in zone geografiche in cui il costo della mano d’opera è nettamente minore rispetto all’Europa. In questo clima non così propizio e causa principale della crisi del lusso, la moda decide di affidarsi ai miliardari. Non come semplici investitori ma come veri e propri insider, considerati vicini al pensiero del brand che spalanca così le proprie porte all’1% della popolazione mondiale.
L’1%: celebrazione o denuncia?
Non è un caso che questa percentuale sia anche il titolo dell’ultimo fashion show di Matières Fécales, il duo di designer che sta conquistando Parigi e lo show business. La loro visione sovversiva della moda, che si rifà non troppo velatamente al pensiero e all’estetica di Alexander McQueen, è difatti una delle poche nuove voci ad avere grandissimo consenso. Sia da parte della critica e della stampa che dalle celebrity come Lady Gaga. Durante la Mayhem Era difatti la popstar ha indossato diverse creazioni della maison sia per il dailywear che per gli eventi più importanti come gli ultimi Grammys.
Per l’autunno/inverno 2026 Matières Fécales realizza uno show in cui la narrazione denuncia in modo ironico e grottesco l’universo dei miliardari. Rettiliani dagli occhi rossi, silhouette estremizzate, coordinati “quiet luxury” dissacrati e volti distrutti dalla chirurgia estetica. A sfilare anche Alexis Stone, celebre make-up artisti esperto in protesi, che riporta in vita la miliardaria Jocelyn Wildenstein, conosciuta anche come “donna gatto”. Una figura controversa che difatti divenne nota ai media per i suoi interventi estetici oltre che per il patrimonio immenso ereditato dal marito.
In queste file grottesche però si fa spazio anche una figura che vive ancora oggi seguendo questa filosofia estremizzante della bellezza. È Bryan Johnson, imprenditore tech miliardario statunitense, che con il suo programma “Blueprint” punta al raggiungimento dell’immortalità. Nel suo stile di vita rigoroso e al limite della fantascienza si investono milioni di dollari all’anno solo per la cura del proprio aspetto. Entro il 2039 Johnson difatti punta a ridurre l’età biologica del proprio corpo a quella di un diciottenne. Una longevità innaturale che però sembrerebbe essere una vera tendenza della Silicon Valley (come nel caso di Altos Labs) e, ovviamente, nei salotti dei miliardari del mondo.
La decisione di Matières Fécales di far sfilare Bryan Johnson è sicuramente controversa ma si immette, almeno apparentemente, in una narrazione di denuncia sociale. Una voce sovversiva contro quel famoso 1% di popolazione ma che fa accendere il dibattito anche sulle tecniche sempre più estreme legate agli standard di bellezza contemporanei. Metodi pericolosi e facilmente reperibili proprio come l’Ozempic, lo stendardo più lucente di questa tendenza.
Dall’Hitech alla mercificazione degli archivi
Una delle presenze più discusse è stata anche quella di Mark Zuckerberg alla sfilata di Prada. Non è di certo un segreto la sua vicinanza al guerrafondaio Donald Trump e al governo di Israele, ma non solo. In numerosissime occasioni l’AD di META si è ritrovato dinanzi la giustizia per la fuga e l’utilizzo non autorizzato dei dati sensibili degli utenti di tutte le sue piattaforme. È sicuramente ironico manifestare malcontento verso Zuckerberg attraverso una story su Instagram quindi il suo rapporto con il gruppo Prada andrebbe analizzato più a fondo.
Sono diversi anni infatti che il brand italiano ha aperto numerose collaborazioni con META promuovendo progetti con l’AI ma anche investendo in ricerca hitech. Un impegno progressivo e un’attenzione alla tecnologia che caratterizzano Prada da sempre e che dunque non dovrebbe farci meravigliare di questa presenza così ingombrante. I cui ideali sì, saranno sicuramente lontani dalla Signora ma che è bene ricordare essere anche lei miliardaria.
Impossibile non citare anche l’entrata nel mondo dell’Haute Couture di Jeff Bezos e Lauren Sanchez con il benestare di Anna Wintour. È noto difatti che il fondatore di Amazon sia diventato uno dei finanziatori principali del MET Gala ma anche delle pubblicazioni di Condé Nast. Fra i diversi show dello scorso gennaio a suscitare principale interesse però sono stati i look indossati da Lauren Sanchez. Con l’aiuto dal celebre stylist di Law Roach, la signora Bezos difatti ha sfoggiato pezzi provenienti dagli archivi più preziosi. Una mossa che sembrerebbe di ricerca estetica autentica ma che difatti si è dimostrato un goffo tentativo di entrare nelle grazie del fashion system. Nonostante i capi di Dior by John Galliano e i pezzi costume made di Schiaparelli Lauren Sanchez ha mostrato il lato più sgraziato e privo di gusto del “new money”.
Un’ennesimo prova che la scelta di indossare capi d’archivio dovrebbe essere ben ponderata sia dagli stylist che dalle maison che concedono questi pezzi di storia. La commercializzazione dell’archivio, simbolo di preservazione culturale, purtroppo sta diventando una tendenza troppo abusata. Sicuramente però trovo difficile rifiutarsi di vestire la moglie del terzo uomo più ricco al mondo e dunque avvicinarsi, anche se per poco, a quell’1%.
Photo cover by Thibaut_thrr.



