Jonathan Anderson presenta a Parigi la sua seconda collezione Haute Couture per Dior fra la natura verdeggiante del Musée Rodin. Uno show complesso e vibrante che non rinuncia all’estro eclettico del direttore creativo ma lo fa proprio. La collezione difatti unisce i codici estetici della Maison con le interferenze creative di Anderson che questa volta si lascia ispirare anche dalle opere dell’artista Lynda Benglis

Il percorso di riscrittura estetica di Jonathan Anderson da Dior è forse il più complesso e trasversale nell’intero panorama contemporaneo. Il designer inglese difatti è il primo nella storia della Maison a dirigerne tutte le linee. Un lavoro totalizzante dunque che nell’ultimo anno ha dimostrato quanto una nuova linfa vitale possa far fiorire in una casa di moda così importante inaspettate narrazioni creative. Per la sua seconda collezione di Haute Couture, Anderson decide di dissolvere i codici identitari di Dior attraverso un’operazione di sottrazione. Una direzione comune ad innumerevoli Maison nelle ultime stagione ma che in questo caso rappresenta uno studio ben più complesso. Il direttore creativo difatti decide di eliminare tutte le strutture architettoniche che da decenni sorreggono la celebre silhouette Dior.

Stecche, corsetti e pannelli si ammorbidiscono fra tessuti impalpabili e lavorazioni manuali dall’aspetto disinvolto. In questa prospettiva la collezione ci offre una visione utopica del movimento e dei tratti dinamici che l’abito acquisisce sul corpo. La manualità che si manifesta è anche l’espressione ultima dell’estrema professionalità degli atelier della Maison che attraverso Anderson si lasciano ispirare dal lavoro di Lynda Benglis. La scultrice diventa così la narratrice più presente all’interno dello show senza sovrastarne le intenzioni creative. Le sue opere dall’aspetto bio-dinamico invece si prestano come Muse per la costruzione dei look più identificativi della collezione. Jonathan Anderson cattura l’essenza delle sculture di Benglis in una reinterpretazione materica viva e trasversale.

Materia e leggerezza
Fra il 1982 e il 1990 Lynda Benglis realizzò una serie di sculture in rete metallica plissettata a mano e poi rifinita da pitture nebulizzate delle stesso cromie dei materiali. In questi lavori (come in tutta l’opera dell’artista) si indaga l’aspetto della materia e della sua manipolazione. E così le sculture riportano materiali annodati, increspati o texturizzati. Jonathan Anderson riprende i plissé metallici realizzati dalla Benglis per trasformarli, attraverso il linguaggio della Couture, in capi vibranti. I plissé compaiono difatti sul raso di seta, sul denim, lo shearling e il tulle applicati a linee e capi variegati. Questa lavorazione va ad impreziosire abiti preziosi da sera lamè ma anche piccoli scialli indossati come top; e non solo.

Il coordinato gonna e giacca Bar si reinterpreta attraverso il plissé su un’organza leggerissima. E proprio questa silhouette così importante per Dior viene riproposta nella sua versione più fluida in cui la giacca in jacquard verde smeraldo si annoda in vita. Intervento che ci ricorda esplicitamente le opere della scultrice americana le quali ispirano indubbiamente anche l’abito increspato e annodato. Una riproduzione di quello che potrebbe essere il gesto di una mano a contatto con il tessuto. E ancora stratificazioni di reti in tulle e tessuti shimmer si accumulano fra i volumi balloon di una minigonna che esplode dalla giacca nera plissè.

Parallelamente all’inserzioni creative di Lynda Benglis vediamo comunque manifestarsi l’espressione più autentica dell’identità di Anderson. La collezione ruota intorno ad una natura quasi fiabesca ma mai leziosa che fiorisce nell’artigianato più eccelso della Maison. Diversi abiti vengono realizzati attraverso cuciture millimetriche di piccoli fiori fatti a mano come in un delicato puzzle di un prato rigoglioso. La fluidità del movimento si riflette sia sui capi in raso di seta impalpabili sia in un intricato gioco di pannelli verde lamè che ricrea le linee di una pianta grassa onirica. Ritorna la dissolvenza della giacca Bar in leggerissime sfrangiature ma anche l’Arizona Coat reinterpretato nei materiali e nelle loro manipolazioni.

Coordinati fioriscono letteralmente attraverso l’applicazione di piccoli fiori artigianali che ritroviamo anche in scenografici ventagli. Questi ultimi vengono applicati su abiti in seta increspati sia nella parte frontale che sul retro dove si espandono in volumi estremi. Le foglie delle felci arboree presenti al centro della Venue si ripropongono attraverso raffinati ricami a contrasto su un cappotto nero. Ma le stesse si riversano anche sull’ultimo abito bridal che, così come tutta la collezione, esprime una leggerezza di linguaggio sognante ed etereo. I ricami si increspano fra l’organza di seta e arricchiscono sia spalline cadenti che il lungo strascico drammatico.

Jonathan Anderson riesce a raccontarci l’essenza Couture di Dior attraverso pochi elementi ricercati e identificativi del suo lavoro. Una visione complessa del DNA della Maison ma che risulta sicuramente contemporanea e vincente. La narrazione dello show inoltre potrà essere visionata attraverso un’exhibition nel Musée Rodin aperta al pubblico. Una conversazione ideale fra gli abiti di Dior Haute Couture fall/winter 2026-2027 e le sculture di Lynda Benglis che li hanno ispirati.
Photo courtesy Dior.



