L’immobilità non è nelle loro corde. Il mondo che le circonda è una tela bianca da colorare. Sono streghe eclettiche, contemporaneamente artiste, designer, avvocate, ristoratrici, spogliarelliste e molto altro ancora. Pronunciano grida così forti da influenzare chi vi sta accanto. Sono dotate di menti instancabili e sempre a caccia di qualcosa di nuovo. I loro corpi, però, fuggono, non per volontà, ma per abitudine, da quella fama che ne esalterebbe i magici poteri. L’opinione pubblica le nasconde dietro il genio altrui, lasciando spazio ai compagni che hanno supportato e influenzato, senza ottenere il giusto riconoscimento
Le protagoniste delle storie di oggi sono donne che hanno condotto e conducono vite straordinariamente influenzate da un’instancabile curiosità. Sono figure multiformi che, nel corso del tempo, hanno portato avanti, con talento, sfaccettature di anime in continua ricerca di sé stesse. La loro scelta consapevole di non limitarsi ad essere oggetti passivi di contemplazione, di non fare della propria bellezza la propria unica qualità, le rende fuori dall’ordinario. Non ispiratrici, ma cospiratrici, sussurrartici non troppo silenziose di idee e direzioni. Attraverso una presenza, che non è accessoria o rassicurante, creano un turbinio di sconvolgimenti che però si riduce comunque di fronte al successo percepito dei propri compagni uomini.
Nel rifiutare la patriarcale categorizzazione a muse, un’immobilità che rende sterile il loro contributo nell’universo, vengono criticate e poi dimenticate. Restare in silenzio non è una tecnica che adoperano, quando hanno a disposizione incantesimi sconosciuti per mettere in crisi le menti degli uomini. Sono proprietarie di opere, di linguaggi, di interpretazioni, che gli vengono strappati riducendole a mero supporto altrui. Vivono vite nascoste nell’ombra, non la propria ma quella di altri, che sono posti in prima fila solo in quanto appartenenti al genere “dominante”.
Quando due firme diventano una sola
L’influenza creativa che hanno si sfoca, superando la linea sottile che distingue il loro universo da quello dei propri partner. E qui si perde la necessaria distinzione, di due individui separati che fanno della propria esistenza un monumento da ricordare, alimentando il fuoco di un lui, dietro al quale si ci priva di notorietà. Così la loro genialità diventa meno riconoscibile e le firme di entrambi si intrecciano a produrre un tutt’uno, originariamente generato da relazioni che lo hanno reso tale. Nel ridursi della forza del loro nome, si abbandonano inconsapevolmente alla persistenza dell’antico mito che ha reso la donna musa, prima che essere vivente. Il misticismo che ruota attorno a queste streghe è più forte della loro fama. Stili inconfondibili ne ricordano l’essenza, mentre fuori dall’ambiente degli esperti si ha difficoltà a comprenderne le scelte. Il segreto che nascondono è dato da una presenza costante, seppur invisibile agli occhi dei più.
Michèle Lamy: l’archetipo dell’anti-musa
Matrona di questa congrega è Michèle Lamy, “anti-musa” per eccellenza, definita così anche dall’attuale marito, Rick Owens. La sua estetica, ancor prima della sua mente e delle sue molteplici capacità, non si esprime in silenzio. Ha il potere di trasformare, di plasmare e di provocare. È spirituale creatrice di forme e di materia che assumono, grazie a lei, una presenza nell’ambiente che la circonda.
Tutt’altro che invisibile, Michèle sconvolge, prima con il suo aspetto e poi con la sua storia. Non di canonica bellezza, ma di personalità acuta, influenzata da molteplici culture e contro-culture. Morgana multiforme, capace di passare dall’avvocatura, al cabaret, dalla filosofia alla ristorazione, inserendo in questo viaggio eclettico anche il design di mobili e di gioielli. Quando si legge o si ascolta la sua storia, tutto si pensa fuorché, a sessant’anni, sarebbe diventata quella costola estratta dalla vita del suo secondo marito, nonché suo allievo.
Le sue radici si fondano in quel tempo in cui le donne non ricoprivano posizioni importanti. In una Francia delle Alpi profonde, dove fitti boschi hanno alimentato la sua essenza, contaminata dall’affascinante spirito dell’Algeria, suo Paese d’origine. Nella sua esistenza c’è un fondersi di queste due anime mistiche, una nutrita dai maestosi alberi che ne hanno circondato l’infanzia, l’altra arricchita dal nomadismo berbero, di cui porta i segni sulle dita. Indovina, sciamana e sacerdotessa, tutte doti che conservano quell’aura di mistero in grado di renderla riconoscibile al solo passaggio.
Capelli nero corvino, trucco degli occhi intenso, dita nere, di quel nero di megere che preparano pozioni magiche. Le mani piene di anelli tribali, grandi e importanti bracciali, una linea che parte dal cuoio capelluto fino al centro delle sopracciglia. Veste di nero, o di scuro, al massimo di rosso. Ha i denti dorati, che fanno da accessorio ad un sorriso trattenuto, simbolo di un’età che porta con sé pezzi di vite vissute fino in fondo. Di una bellezza anticovenzionale, che prende origine dalla terra e si evolve in una dimensione divina, al di là della comprensione degli umani.
Dal Maggio ’68 all’Hotel Chelsea
È stata ed è molto di più di quanto è stato ed è il suo attuale marito. Nata nel 1944, ha fatto parte del maggio francese del Sessantotto, esperienza che ha segnato la sua estetica post-strutturalista. Un impeto che l’ha spinta a lasciare una vita “comoda”, quella dell’avvocatura, per diventare spogliarellista. Ancor prima di inserirsi nella folta schiera di artisti newyorkesi, che abitavano l’Hotel Chelsea, verso la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta. Proprietaria di due night club, che hanno rivoluzionato la vita notturna di Los Angeles, dove riconosce lo sperimentalismo e diventa figura emblematica di Hollywood.
La sua vera storia la conoscono soltanto gli appassionati, coloro che non si lasciano spaventare dalla sua forte presenza. È con lei che nel 1990 è nato Lamy, il brand d’abbigliamento che ha istruito anche Rick Owens, stilista, attuale marito e socio della Owensgroup. Tra gli intrecci e i fili di tessuto, è lei che lo ha plasmato, che ha creato accuratamente il genio dietro al quale il suo nome si è nascosto. E mentre lui prende tutti gli applausi, alla fine di ogni sfilata, lei attraversa la passerella come una tra le modelle e, senza pausa, indossa i vestiti che creano assieme. Allo stesso tempo il suo talento si nasconde urlante nell’architettura dei mobili per la casa e nei gioielli del brand, che coronano uno stile all’avanguardia.
Punk, esoterismo e un’eredità senza nome
Il punk, l’arte tribale e quella vena esoterica si fondono, senza distinzioni nei prodotti da lei creati, che diventano opere e dichiarazioni di uno sguardo che si innova, pur restando fedele alla familiare tradizione dalla quale, senza volerlo, è stata influenzata. E, mentre suo nonno realizzava accessori per Paul Poiret, uno dei più famosi couturier dell’Ottocento, Michèle assiste dando nutrimento al successo di un brand che non porta più né il suo nome né il suo cognome. Con la consapevolezza, non pronunciata, che con lei si è generato un mostro sacro che ora la precede e che urlante ne cela simboli d’appartenenza.
In un sodalizio costante, sinonimo delle relazioni che Lamy instaura con artisti o designer, il suo estro si pronuncia, senza spegnersi. Così resta impressa la cifra indefinibile del suo contributo nel mondo della moda, del design e della cultura. Lasciando che la sua figura diventi da pioniera a musa, per ispirare nuove generazioni seppur attraverso la storia del suo partner. Eppure, nel riportare alla luce le streghe lasciate nell’oscurità, l’opinione pubblica attuale inquadra nuovamente il suo volto. Non ne rifugge l’aspetto, apparentemente spaventoso, ma ne riconosce il tocco singolare, tentando di saggiarne le caratteristiche a prescindere dalla presenza del marito.
Michèle riappare, tra sporadiche interviste e copertine, a rappresentare un’aura di segreto, che nasconde i tratti di una Parigi nera, a simboleggiare la storia di una moda che muta nel tempo, senza perdere i pilastri originari. La si teme per la sua spiritualità, per il suo rapporto con l’esoterismo, per la sua capacità intellettuale soprannaturale. Tra le definizioni di vampira bohémien o dea pagana, con accento prevalentemente negativo e categorizzante, si nutre di quel fuoco che ne alimenta l’essenza.
Una congrega di fattucchiere dell’arte
Contemporaneamente il suo continua a restare un volto tra gli altri, che ti fa girare lo sguardo quando vi passi accanto, ma che non ti riporta ad un’associazione subitanea nella mente. Lo stesso che accade a molte altre artiste e designer, come Sonia Delaunay, pioniera dell’orfismo del Novecento, pittrice di opere e disegnatrice d’abiti. Mai equiparata o ricordata come il marito, che fu da lei affiancato in creazioni astratte e decorazioni che portano soltanto la firma di lui. Entrambe queste fattucchiere, una nel recente passato e una nel presente, simboleggiano una congrega di donne eccentriche, uniche, iconoclaste e voci originarie di un’arte passata nelle mani degli uomini. Punto focale di culture che si incontrano e che si ritrovano in codici di ribellione ed esclusione.
Da protagoniste della propria arte sono diventate assistenti attive, partecipi e disegnatrici di un immaginario di cui sono finite per essere solamente complici. Implicitamente approdate al ruolo di compagne, dopo aver abitato molteplici esistenze. Menzionate tra i titoli di coda, al piè di pagina di storie che senza di loro non sarebbero mai state raccontate.



