L’invisibilità per le streghe è una condanna, ma anche un dono. Permette loro di scomparire quando necessario e di ritornare, attraverso una reincarnazione perpetua, in nuove congreghe sempre più forti. Il loro potere accresce nella sorellanza, quando cacciate da umani approfittatori si uniscono per difendersi in nome di una magia comune. Qui i loro doni si alimentano di un fuoco che non è quello del rogo, ma simboleggia passione e animo ribelle. Così rinascono facendo del passato una pozione per affrontare un futuro nuovo, dove mettere le radici di una rivoluzione fatta a colpi di incantesimi
In quell’immaginario oscuro si celano, all’ombra di vecchie dimore, schiacciate da mura e soffitte che trattengono memorie secolari. Dove urla strazianti si odono, quale frutto di un passato spaventoso, fatto di lotte per il diritto ad esistere. Si rifugiano in scuole nate da case infestate, dove imparano che il potere femminile si origina da perdite e conquiste. Ivi apprendono, scontrandosi, pratiche magiche, create con il proposito di contrastare il loro pesante destino. Traducono con il loro linguaggio una realtà oscura, dove non c’è spazio per il diverso e dove si abusa di stereotipi di normalità. E con naturalezza riflettono nei loro abiti ciò che non trova più spazio nell’interiorità, dando voce a demoni che soffocano per la paura di essere perseguitate.
Quanto vissuto dalle megere è oggetto di un racconto letto tra le righe dall’immaginario collettivo che, con interpretazioni più o meno fantasiosie, restituisce ritratti a tinte scure della nostra quotidianità. Come accaduto nella terza stagione di American Horror Story: Coven. Tra riadattamenti di storie dell’Ottocento e licenze poetiche del regista Ryan Murphy, una congrega diventa protagonista. Qui non sono solo le battute del copione ad esprime rivalità, desiderio, scontri e unione, a rendersi protagonisti sono gli stili di ciascuno dei personaggi, multiformi espressioni di stregoneria.
La palette è quasi monocromatica, di un nero corvino che va a simboleggiare appartenenza e distinzione. Quel colore che ha definito la loro identità ritrova carattere, attraverso tocchi sofisticati e di una contemporaneità propria del periodo dove la società faceva capolino in un nuovo ambiente. Qui si consuma la prima rivoluzione, nella trasformazione dei costumi in un mezzo di comunicazione, che va al di là dell’abito, verso significati più profondi. Così, in quel Coven del 2013, la moda diventa potere.
Tanto forte da portare la costumista Lou Eyrich a vincere un Emmy Award nel 2014 per i migliori costumi di una miniserie, film o special. Un premio a lei e alla sua troupe per aver reso tangibile il legame tra l’esoterismo e gli abiti di scena, ma non solo.
Come Lou Eyrich ha riscritto l’estetica della strega
Le ispirazioni qui non sono soltanto estrapolazioni di leggende, non fanno affidamento unicamente a miti o immaginari tramandati. Con Eyrich la strega di New Orleans diventa parte di una comunità. Quella in cui le sue antenate sono state messe a processo nel Seicento, per aver osato esprimere il loro vero sé. Un non luogo dove non vi sono stereotipi o categorie, che esce da quella temporalità umana e si trasforma in un ripetersi di episodi e presenze dove anche la realtà si spinge ben oltre qualsiasi fantasia. Qui le fattucchiere non indossano cappelli a punta, ma prediligono una tesa larga e occhiali griffati, a nascondere occhi e menti traboccanti di rituali. Sono questi gli unici fil rouge che collegano i loro look, il resto è sinonimo di ogni soggettività, di ogni donna che fa trapelare quanto celato nel suo intimo.
Così viene a crearsi una pozione che fonde ispirazioni voodo e un’estetica Witch Chic, dove balze e pizzi, si alternano a simboli tribali e gonne ampie. A dimostrare che non esiste soltanto una tipologia di maga, che ciascuna trova nella sua singolarità il proprio potere, da esprimersi attraverso grandi nomi del fashion system. E se qui Ottocento, anni Settanta e moda contemporanea vengono ad incrociarsi è perché si trova terreno fertile per non lasciare nessun dettaglio al caso.
Fiona Goode: il potere del guardaroba della Suprema
La moda diviene in questo contesto quasi necessaria, utile a distinguere ciascuna delle consorelle, dagli abiti Yves Saint Laurent di Jessica Lange, nei panni di Fiona Goode, o La Suprema. Attraverso un’estetica elegante, che indica superiorità, sia di gerarchia che di età, espressa grazie a capi intramontabili di Givenchy, Gucci o ancora Prada. Con gonne al ginocchio e scarpe platform con tacco alto, ad affermare una supremazia che è allo stesso tempo potere e dannazione. Verso una modernità tangibile che coinvolge le streghe più giovani, come nel caso di Zoe Benson, qui si fa cenno ad uno stile proprio degli anni Ottanta, fiorente periodo degli Antwerp Six, dove la linearità eccentrica di Martin Margiela, si intreccia con l’avanguardia asimmetrica di Ann Demeulemeester. Maniche a sbuffo, trasparenze e rouches si confrontano con ricami e capi in pelle, per definire un tempio estetico di una megera che spazia nel gotico contemporaneo.
Per toccare estremi di sensualità, attraverso Madison Montgomery, qui interiorità ed esteriorità sono un tutt’uno, quasi a richiamare il guardaroba delle star. Con lei l’esteriorità arriva prima e definisce, senza mezzi termini, un universo costruito intorno alle celebrità, facendosi sinonimo di una società che richiede alle donne un certo aspetto. L’esoterismo nella sua figura si trasforma in shorts in pelle e abiti in pizzo, pellicce e occhiali grandi, a guardare quasi da lontano le fragilità dell’esistenza di una comunità come quella a cui appartiene.
È così che, attraverso questa chiave di lettura, ciascuna di loro trova un posto in quell’ambiente che le deride e le allontana e, allo stesso tempo, le definisce. Ognuna, presa singolarmente, è rappresentante di quella congrega che, assieme alle altre, costruisce sfumando la magia oscura in vari modi.
Myrtle Snow: la moda come atto di fede
Ma se la moda in questi personaggi sembra solo essere un accessorio, un complemento che definisce la superficie della loro magia. Con Myrtle Snow diventa unico elemento di definizione. Qui l’immaginario della strega si capovolge e si ridefinisce, a colpi di maxi dress, stampe, guanti, pizzi e teatralità. Sono quelle cappe ampie a darle concretezza, quando quasi fluttuante emerge dall’al di là come se fosse uscita dall’archivio di un magazine. Con lei l’esoterismo prende forme e colori, frutto di un’epoca a cui appartiene, fatta di eccessi e di riferimenti editoriali. La sua identità viene a coincidere con due figure reali, Diana Vreeland e Grace Coddington. Dalla prima prende lo charme senza tempo, fatto di perle, pois e guanti in pelle; dall’altra la capigliatura, la sensualità e l’indipendenza, che diventano segni di una resistenza oltre la persecuzione.
In lei si ritrova la massima espressione di una stregoneria che non perde le sue caratteristiche, ma che allo stesso tempo le combatte, al grido di “Balenciagaaa”, mentre brucia al rogo in un vestito rosso di Carolina Herrera. La sua ultima parola è quella che davvero lascia il segno, che sfonda la quarta parete rendendo concreta la possibilità di condanna. E, contemporaneamente, annulla l’estraneità del personaggio della strega che si trasforma in una donna guidata dalla fede per la moda.
Perché l’estetica esoterica è tornata a dominare la moda
Mentre il frutto di questo lavoro magistrale di stile e costume sta per ritornare, in una versione sempre più aggiornata, tra potere e sfumature oscure, con nuove lotte e volti noti. Le tendenze non lasciano spazio a confusioni, l’estetica esoterica continua ad affascinare. Continua ad essere mezzo d’espressione per quella parte di femministe stanche di un’apparenza patinata. Le lunghe cappe ampie e monocolore, senza rigidità, diventano sede di una libertà individuale, fatta per dar spazio al corpo e non più per celare la paura del giudizio. I mini o maxi dress sheer diventano trasparenze che rivelano, concedendo a ciascuna donna di mostrare le proprie fragilità, quell’intima versione di sé che si nasconde dietro coperture. I pizzi e le frange si uniscono a definire una sensualità che estrapola la bruttezza dall’immaginario della fattucchiera e vi restituisce fascino e leggerezza.
Così l’intrecciarsi tra la moda e l’esoterismo trova nuovi spazi, anche nell’alta sartoria, dove gonne ed abiti vittoriani, con corsetti e crinoline, entrano ad ampio spettro. Qui le maghe non perdono volto o identità, ma la recuperano facendosi spazio in un universo dove non esistono donne di un’unica forma. La magia nera diviene quindi il pretesto per attribuire caratteristiche e definizioni a gruppi di femministe da cui si è spaventati. Lasciando che sia contemporaneamente unico linguaggio per chi si allontana dall’omologazione e dal perbenismo.
L’eredità di Coven: cosa ci insegna oggi lo stile delle streghe
Le nuove tendenze esprimono quindi ribellione, a forme basiche e semplicità, approcciando all’occulto come scrigno di simboli, rituali e protezioni che non fanno più soltanto parte del passato. Tanti piccoli orpelli che rievocano ciò che è stato per dar nutrimento ad una contemporaneità che ha bisogno di ispirazione. Perché è proprio attraverso la moda che si è costruito il presupposto dell’indipendenza delle donne. Ed è ancora con questa che esse scelgono cosa proteggere, cosa mostrare, cosa diventare e fin dove spingersi.
E se c’è qualcosa che le Streghe di Coven ci insegnano, è che basta un richiamo, un’evocazione e ciò che è scomparso riprende materia. Nonostante tutte le metamorfosi, di corpo, di abito e di congrega, l’essenza delle megere non si spegne, nemmeno nell’ardere di un rogo violento. Così come perpetuo è il loro stile, che si fa portavoce di una riuscita fuga da uno stato di invisibilità.



