Il divieto di distruzione degli invenduti: arriva la riforma della Commissione Europea

La nuova riforma della Commissione Europea sulla progettazione ecocompatibile dei prodotti sostenibili

Secondo la Federazione Moda Italia Confcommercio, i saldi stagionali dello scorso Luglio si sono chiusi con il 62% d’italiani disposti a spendere, di cui solo il 7% incline a investire più di 300 euro. Analizzando questi dati è evidente che il potere di acquisto nel settore moda dell’italiano medio si è ridimensionato adattandosi alla crisi economica attuale. Dunque, la domanda che bisogna porsi è: che fine fanno i capi invenduti? 

Il fenomeno del green washing 

Molti brand fast fashion, tra cui Zara, H&M e Primark, hanno proposto il ritiro dei capi di seconda mano dai clienti dichiarando l’intenzione di riutilizzarli o riciclarli. Tuttavia tali misure, spesso adottate per questioni di marketing e per attirare un certo tipo di target, alimentano un fenomeno basato sulla menzogna. Negli ultimi anni, in particolare dopo il Covid, la diffusione di tendenze eco-friendly e il crescente interesse riguardo la moda vintage, hanno reso il consumatore più consapevole durante le fasi di scelta e acquisto del capo. In risposta, i brand fast fashion hanno iniziato a puntare sulla retorica della moda circolare, promettendo un sistema virtuoso di recupero e riciclo. In realtà, molti di questi capi finiscono per essere distrutti, bruciati per produrre energia, persi in magazzini o spediti in Africa. La promessa di rispettare l’ambiente, dunque, si rivela un escamotage per incentivare nuove vendite. Questo fenomeno è noto come greenwashing: una strategia comunicativa che sfrutta l’idea di rispetto per l’ambiente senza un reale impegno concreto.

La risposta dell’Unione Europea

Una volta compreso che i capi invenduti molto probabilmente non verranno riciclati né tantomeno gli verrà data nuova vita, rimane il problema della sovrapproduzione. La crisi economica globale non solo ha portato il consumatore ad essere più conscio dei propri acquisti e l’ha introdotto al tema ambientale, ma ha anche aperto un topic sulla trasparenza dei processi di produzione, distribuzione e distruzione di tali indumenti. All’omertà moda dunque, si è imposto il regolamento Ecodesign for Sustainable Products Regulation (ESPR). Una riforma dell’UE che impone alle medie imprese dal 2030 e alle grandi dal 19 luglio 2026, il divieto di distruzione degli accessori, calzature e vestiti invenduti. Basti pensare che, secondo il documento, il 9% dei tessuti invenduti viene distrutto prima di essere indossato. Di conseguenza da questi rifiuti vengono generate circa 5,6 milioni di tonnellate di CO2. 

La rivoluzione nel sistema moda

Nel documento fornito dalla Commissione si evidenzia, inoltre, che le aziende avranno l’obbligo di dichiarare pubblicamente lo stock in eccesso. A questo punto, i brand dovranno tener conto della reputazione dell’azienda, rispettando tale norma e ripensando a nuovi sistemi di produzione, distribuzione e vendita. Dunque, molto probabilmente verranno attuate soluzioni di re-sale, donazioni e riuso di tali indumenti emulando per certi versi i sistemi di vendita delle piccole imprese. Designer emergenti e piccole aziende d’abbigliamento, infatti, stanno attuando il made-to-order, letteralmente “fatto su ordinazione”. Il metodo di vendita consiste nell’accumulare ordini da parte dell’azienda per poi valutare quanto materiale servirà per la produzione di tali abiti, accessori o calzature. Questo tipo di processo riduce l’impatto ambientale, l’eccesso di prodotti in stock e difatti previene la distruzione dei capi invenduti. Un approccio che cambierebbe dalle fondamenta i processi delle medie e grandi imprese, rivoluzionando difatti il sistema moda. 

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Feb 11, 2026

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