Attraverso urla collettive si introducono, in canti incantati traducono i loro desideri. Rabbia e gloria le dominano contemporaneamente. Sono donne dotate di un dono straordinario, che le rende più evocative degli aedi. Non amano quel silenzio che ne costringe l’espressione, trovano sulla scena il loro senso di libertà. Ondeggiano, si rivoltano e strepitano, trasformando la propria festa in una battaglia contro il patriarcato. Sono streghe che possiedono i palchi di tutto il mondo, sfruttando la loro energia, quasi in una danza con i demoni
Non stiamo parlando di creature soprannaturali, ma di cantanti e performer, rappresentanti di un genere femminile in continua lotta attraverso il proprio lavoro. Si tratta di figure che hanno scelto un destino di confronto costante, non sfuggendo a critiche e beffe, a paragoni con il proprio corrispettivo maschile. La loro aspirazione verso l’eccezionalità le rende mediocri in questa società dagli standard fallocentrici, i cui gusti provano che dalle donne ci si aspetta molto di più. Ed eccole che su quei palchi mutano mille forme, cantano, ballano, piangono, sfoggiano abiti di ogni tipologia. Si circondano di corpi di ballo e musicisti, orchestre e scenografie per dare legittimità alla loro presenza e alla loro voce. Hanno bisogno di osare, di elevare quell’autenticità personale ad un qualcosa di più appetibile e desiderabile, per “diventare davvero uniche tra i grandi”.
L’ideale che ruota intorno ad alcune artiste femminili, nel campo della musica ma anche delle altre forme d’arte, è impregnato di un doppio pesismo che è caratteristica chiave dei secoli che ci hanno preceduto e, purtroppo, anche della società odierna. Nel momento in cui scelgono di esporsi, si trovano a reinventarsi continuamente. A dover toccare nuove corde che, una volta e una volta ancora, saranno oggetto comunque di aspre critiche, di commenti e derisioni. Così parte il gioco che ne individua gli eccessi. Quasi spinti da un “troppo femminile per funzionare”, paradossale definizione di un’arte multiforme, la cui proprietà di senso nasce proprio dalla paura che provocano nella società e nel genere maschile. Quest’incoerenza artistica e quest’autenticità violenta le rende imprevedibili e quindi sfuggenti alla categorizzazione. La semplicità non è loro fonte, quanto un magnetismo ricco di segreti che sfugge alla necessità di dover essere per forza spiegato.
L’ispirazione da cui partono è intrisa di folklore, di esoterismo, di oscurità, fa a pugni con la famiglia, la casa e il nido. È un punto di partenza che ne dichiara un senso di appartenenza, così come un complesso presente di anime che “ritornano dalla morte”. Le loro madri sono streghe del passato, la cui potenza comunicativa ha permesso di rendere riconoscibili attraverso incantesimi e magie. Con le loro parole, che diventano quasi inni di un movimento femminista, coinvolgono generazioni di donne, pronte in una marcia per difendere la propria esistenza.
Congreghe musicali
Hanno una storia che si fonda solidamente nella fine degli anni Settanta, quando il genere femminile si rivoltava per la legittimazione rileggendo i codici di quella tradizione che le aveva messe al rogo e riformando congreghe unite da un senso di estraneità alla società contemporanea. Sono state risvegliate dalle parole di Kate Bush che, nel 1985, tra inni sacri e simbolismo pagano, riportava in vita streghe dormienti. Spente a poco tempo dal concludersi delle loro grandi rivoluzioni, nascoste da una società di estetismi sgargianti senza spazio per le sensazioni profonde.
“Come fontane di sangue a forma di donne” affrontavano i primi anni duemila a suon di musica elettronica per raggiungere, con la loro stranezza, una popolarità ineguagliabile. Con voci da soprano hanno accompagnato le rivoluzioni femminili attraverso la fine dello scorso millennio, per trovare nuove forme in questa società contemporanea dove, tra influenze pop e l’avanzare delle tecnologie, la loro arte ha toccato punti d’avanguardia.
Ancestralità e innovazione
Eppure non hanno mai smesso di sperimentare, di rifugiarsi, nel canto e nell’aspetto, in una simbologia che le rendeva diverse. Non comuni ed appetibili, ma spaventose per la loro potenza canora. Temibili da uomini, la cui musica noiosa risuonava, come risuona ancora, tra palchi ed eventi, sfuggendo a quelle aspre critiche a cui, invece, loro erano soggette. E per testimoniare che nulla è cambiato, nonostante i tentativi, e che per restare è necessario distinguersi, anche a costo di essere giudicate streghe, strani esseri indomabili e difficili da affrontare, hanno scelto di travestirsi come megere che trovano potere nell’occulto.
Ancora testimoni di un passato di lotte, si rendono compagne. Diventano fedeli sostenitrici di un presente che fatica a comprendere l’evoluzione musicale del genere femminile, di cui loro sono ispiratrici. Punto di contatto è la capacità di attirare folle, soprattutto di donne, che ne comprendono la lingua e le necessità. Gridano, assieme a loro, canti di liberazione dall’esorcismo patriarcale.



