Dalla Sardegna a Milano, il viaggio artistico di una performer che ha fatto della metamorfosi un atto d’amore verso se stessa
Una stanza luminosa e calda che, tra le pareti un po’ bohémien dell’appartamento, rivendica l’importanza artistica dell’ambiente che si abita. Appendiabiti con piume, strass e volant sospesi in attesa del loro prossimo utilizzo, scaffali abitati da libri che si stringono l’uno all’altro in un mosaico di tematiche che spaziano dalla moda alla storia delle starlette più celebri, una postazione make up ricchissima e un po’ messy.
Out of drag, nell’intimità del suo spazio, Alessandro inizia a raccontare la sua storia a partire dalle sue radici, in Sardegna. Poi, l’allontanamento dall’isola per trasferirsi a Milano; il clubbing, i progetti e le collaborazioni con il mondo della moda. Una notevole carriera alle spalle e ancora in corso, in un continuo reinventarsi e sperimentare, sempre rimanendo fedele a se stessa. Al centro di tutto, la fantasia: la versione di sé idealizzata, che di volta in volta si impegna con tutta se stessa per raggiungere.
A. Ciao Lilly, che piacere poter fare questa chiacchierata con te. Per iniziare, ci racconteresti un po’ la tua storia?
L. Mi è sempre piaciuto giocare con i travestimenti, mi hanno sempre colpito molto i look femminili che vedevo nei cartoni animati, e le fiabe in generale. Li ho sempre trovati molto più estrosi di quelli maschili e mi ci sono sempre rivisto. Da piccolo, a cinque o sei anni, creavo travestimenti con giornali vecchi, carta igienica, lenzuola e coperte. Giocavo così, e interpretavo sempre panni femminili già all’epoca. A tredici anni, una delle prime persone con cui ho fatto coming out è stato mio cugino. È stato lui a portarmi a vedere il mio primo spettacolo drag dal vivo. A fine show, le quattro drag si esibirono in “Lady Marmalade”. Già fan di pop star come Britney e Christina Aguilera, rimasi incantato dalla loro performance. Fu come trovare la forma d’arte che più mi rappresentava.
Così, giovanissimo, iniziai a bazzicare nell’ambiente come la piccola “mascotte” tra i camerini. Ed è proprio a questo mio ruolo di essere “la piccolina” del gruppo che devo il mio nome d’arte, Lilly Love. Si tratta di una deriva del nome che avevo scelto inizialmente, Lil’ Brit (ispirato a Britney Spears). Dietro le quinte, Lil’ Britney veniva abbreviato in Lilly dalle altre drag. In Sardegna “Lilly” è il nome che si dà gli animaletti di piccola taglia. Mi chiamavano così anche perché ero la piccolina del gruppo. Da allora, Lilly è rimasto e continua a mantenere vivo e caro il ricordo delle mie origini.
Con la guida di drag più esperte, come Miss Velena, ho iniziato piano piano ad esplorare le possibilità dell’esprimermi attraverso questo tipo di performance, all’epoca ancora molto poco conosciute. A sedici anni ho partecipato per la prima volta a un concorso per drag queen emergenti, e ho vinto. Gli anni dell’adolescenza mi sono serviti per fare un bel po’ di gavetta, tra cabaret e discoteche. Nel frattempo, ho iniziato ad esplorare anche il mondo al di fuori dell’isola, frequentando Milano e uscendo in drag nelle strade e nei club della città. Tra essi, a colpirmi in particolare modo fu il Plastic: mi trovai subito in sintonia con l’ambiente. «Questa è proprio la mia storia», mi dissi.
Dopo la vittoria di Miss Drag Queen Sardegna nel 2013, decisi che era tempo di dare spazio a nuove modalità di esprimere il mio lato creativo. Decisi dunque di trasferirsi a Milano definitivamente. Qui iniziai subito a fare clubbing circa due volte a settimana, in serate come il Popstarz, il London Loves, l’House of Bordello. Tra i locali che frequentavo di più vi era il Plastic, da cui ricevetti una proposta di lavoro già a fine stagione: l’inizio di una rapporto professionale durato ben nove anni e di una storia di rapporti personali che ancora si mantengono. Lì ho avuto modo di conoscere personalità del mondo dello spettacolo e della moda. Ho partecipato anche al Life Ball di Vienna, come rappresentante del locale, insieme a tutta la scena underground internazionale.
Nel 2022 sentivo però che era il momento di ampliare ulteriormente le mie performance. Così, ho deciso di separarmi dal Plastic e poco dopo sono entrata nel mondo di La Boum. Qui è iniziato un nuovo capitolo della mia storia, tutt’ora in corso, dove ho potuto sperimentare nuove forme di sorellanza e mettere alla prova il mio lato creativo.

A. Chi è Lilly Love, oggi? Come si è evoluta dalle prime esibizioni in Sardegna, e poi a Milano, arrivando ad adesso?
L. Penso che Lilly Love sia l’incarnazione della mia creatività e mia fascinazione per il mondo femminile: da esse si genera una fantasia che riporto su di me e a cui do libero sfogo tramite il mio corpo. È una costante ricerca per ricreare una versione di me che sogno di essere. Lilly Love è anche autenticità. Per citare “Tutto su mia madre” di Almodovar: «Una è più autentica quanto più assomiglia all’idea che ha sognato di se stessa». In questa frase mi rispecchio molto, perché Lilly rappresenta la concretizzazione della fantasia femminile che ho sempre sognato di realizzare.
Non si tratta semplicemente di un lavoro. Quando sono in drag, voglio che ogni dettaglio sia curato e rispecchi me e l’idea che ho in mente; altrimenti, non mi sento a mio agio con il personaggio e non riesco a viverlo al cento per cento. Non mi accontento mai, voglio sempre spingere di più per fare qualcosa di nuovo, di creativo e di stimolante.
A. La tua estetica si ispira all’immaginario delle showgirl, dagli anni Venti fino all’inizio degli anni Duemila; in questo lungo periodo temporale, c’è un’epoca o una decade che preferisci o a cui tendi a rifarti più spesso?
L. Quando ho iniziato a prendere coscienza di quella che era la mia estetica al di là delle pop star, mi sono reso conto di essere affascinato da ciò che era più vintage. Facendo ricerca, ho capito che questa estetica derivava dall’Avant-spettacolo di inizio Novecento. Da quel momento storico, emancipazione femminile e spettacolo trovano un punto di unione e dialogo nel burlesque. Esso ha rappresentato una delle prime forme d’arte al femminile totalmente libera, in cui la performance veicolava sensualità e femminilità, ma anche arguzia e ironia. Spesso circondate da team di persone queer, le dee del burlesque rappresentavano per me il perfetto incastro di ciò che desideravo esprimere a livello estetico e culturale all’epoca.
Negli anni, la mia estetica si è evoluta tantissimo. Quando ho iniziato a lavorare qui a Milano ho attraversato una fase di decostruzione del personaggio. Dal classic burlesque ho imparato a interpretare il glamour anche in look da club. Poi esperienze, conoscenze e collaborazioni hanno continuato a far sì che il mio personaggio si espandesse a livello creativo.
In Lilly percepisco sempre una vena Art Déco-Freak: sicuramente mi ispira particolarmente l’inizio del Novecento. In quel mondo ho ritrovato un’estetica libera, sensuale, erotica, che fa da base al mio personaggio. La Lilly di adesso è contaminata da tutto, ma mantiene un’anima vintage.
A. Quali sono, nello specifico, i tuoi riferimenti iconografici e culturali? Ci sono delle figure a cui guardi in particolar modo?
L. Uno dei miei massimi riferimenti è Jean Arlow; adoro anche Claudette Colbert. Anche Joan Collins, Moana Pozzi che amo e venero – anche a livello politico e culturale. Guardo moltissimo a icone come Madonna e Kylie Minogue. Fondamentale per la mia crescita è stata poi la figura di Lindsey Lohan, di cui rimango assolutamente fan. Anche Amanda Lepore.

A. Come prepari e sviluppi le tue performance?
L. Dietro a una performance c’è sempre la necessità di esprimere una fantasia, che nasce da uno stimolo di partenza e da cui si sviluppa una storyline.
A La Boum decidiamo sempre insieme dei temi, ed è molto stimolante – da un input parte una o più fantasia che sfocia in una ricerca di dati, musica, ecc. Finisco per fare moodboard nella mia testa o sul mio telefono. Un look e una performance partono anche da un oggetto particolare – come lo posso portare in scena, fare in modo che prenda vita davanti ad un pubblico. Dipende molto da che cosa stimola la mia fantasia. Può trattarsi anche di immagini trovate su un libro o online. Ascolto anche tanta musica e mi piace un certo tipo di sonorità; un’esibizione può svilupparsi anche da quello.
A. Qual è l’aspetto che più ami in ciò che fai?
L. La cosa che amo di più del drag è, a lavoro finito, vedere la fantasia realizzata. Poter dire: «È esattamente quello che volevo». Lo stesso vale quando riguardo una performance e mi piace. Sono molto autocritica, ma quando riguardo qualcosa di mio e mi piaccio è una grandissima soddisfazione.
A. Nel corso della tua carriera hai collaborato in diverse occasioni con il mondo della moda, di cui la più recente è stata la sfilata di Lorenzo Seghezzi durante l’ultima Fashion Week. Che cosa rappresenta per te la moda? Ci sono dei brand a cui sei particolarmente affezionata?
L. Quella di Lorenzo Seghezzi è stata la prima sfilata ufficiale a cui ho preso parte. Avevo già sfilato un paio di volte, ma mai all’interno del calendario ufficiale di una Fashion Week. È stato un momento molto importante, anche perché Lorenzo è un mio carissimo amico che mi ha sostenuto fin dall’inizio della mia carriera. Interpretare Madonna sulla passerella ha rappresentato per me una grande fantasia e soddisfazione. Rivedere il video della sfilata è stato emozionante, mi sono detta: «Ce l’ho fatta, ho portato in vita la mia fantasia».
Per quanto riguarda il mio rapporto con il mondo della moda, mi ha sempre fatto piacere collaborarvi e continua a farlo. Credo però che la moda debba sempre rappresentare un’idea, un concetto, una fantasia. Per questo spesso mi soffermo su designer emergenti, soprattutto queer. Li trovo molto all’avanguardia perché nelle loro collezioni ritrovo spesso la volontà di rompere gli schemi, di rimarcare un messaggio socio-politico utilizzando la creatività.

A. Riguardando alla tua carriera fino a questo momento, quali sono stati i momenti che consideri più significativi?
L. Sicuramente l’atto di trasferirmi Milano ha rappresentato un taglio netto con il passato, una rinascita all’alba dei vent’anni. Per quanto riguarda la mia carriera, il Plastic è stato un grande pilastro indimenticabile. Un paio di highlights: il Life Ball di Vienna, la cover per Harper’s Bazaar Brasile, dove ho posato vestita Gucci. Altri momenti molto importanti sono stati il mio primo One Woman show al Don’t Tell Mama, e quando ho iniziato a lavorare a La Boum.
A. Un evento sicuramente significativo e molto recente è il concerto di Elodie a San Siro di questo fine settimana (1/11), dove ti sei esibita in un tributo al Plastic insieme ad altre performer. Che cosa ha rappresentato per te questo momento?
L. Sono stata onorata di essere stata chiamata da Elodie, che ha sempre supportato la comunità queer in maniera autentica. Esibirmi al Milano Forum di Assago, dove hanno performato le più grandi pop star mondiali, salire sullo stesso palco, nel posto forse più grande e importante della mia carriera, è stato il coronamento di un sogno. L’adrenalina e l’emozione sono state molto grandi. Questo anche perché ho potuto realizzare in tutto e per tutto la mia fantasia a livello estetico, e ciò mi ha permesso di essere molto confident anche sul palco. È stato un boost di energia e adrenalina che non avevo mai provato.
A livello di performance, è stata una grande soddisfazione (e responsabilità) contribuire al messaggio di uguaglianza che quella parte dell’esibizione vuole veicolare. Noi ci siamo esibite nella parte del format del concerto che prende il nome di “MEGA” (Make Equality Great Again) e rappresenta un vero e proprio manifesto di uguaglianza, che viene portato sul palco da Sypario. Con le ultime due serate di Milano, il 31/10 e l’1/11, Elodie ha portato una novità. Prima le performer che accompagnavano Sypario erano quasi sempre le stesse, mentre con queste due date sono cambiate. Sabato sera ha deciso di portare sul palco le Plastic Divas. Sono molto contenta che Elodie ci abbia scelte per celebrarci come icone della nightlife di Milano. È stato anche molto bello perché si è ricreata tra noi performer la stessa sintonia che c’era quando ci esibivamo al Plastic.
A: Com’è il presente di Lilly? E il futuro?
Questo in particolare è un momento di rinascita dalle mie ceneri dopo un periodo in cui non ho potuto esibirmi per questioni di salute e mi sono dovuta prendere una lunga pausa. Ora invece è un periodo di nuovi inizi e progetti, che sono sorti in maniera molto spontanea.
Oggi sono felice del percorso artistico che sto facendo. Di recente ho visitato Berlino, che mi ha dato molte ispirazioni, e sono tornata con uno spirito nuovo. Sono consapevole del mio passato e del mio presente. So anche ciò che desidero fare in futuro, ma senza rincorrere un’ideale di “fama”. La carriera è fatta di alti e bassi, anche i momenti di stallo servono. Non sempre è necessario fare di più: è importante evolversi come personaggio, artista e persona – il resto viene da sé.
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Photographer Francesco Piazzolla @francesco.piazzolla00
Creative Director Giulia Sveva Santoro @julsfaitu
Text Anna Pedrazzini @annapedrazzini
Photo cover full look Dolce&Gabbana



