Vite da strega: racconti fotografici di identità marginalizzate

Al limite periferico dell’esistenza vivono alcune streghe come Lina Pallotta. Nascoste dalle ombre di una storia che le relega a spazi vuoti. Corpi infiammati di vita che ripercorrono le proprie tracce attraverso lo sguardo di compagne in congrega. Menti lette per mezzo di un obiettivo capace di svelare enigmi alimentati da pose ed espressioni. Di queste femministe e transfemministe si custodiscono le memorie, come attimi sigillati di un passaggio silenzioso su questo mondo. Il loro manifestarsi è diventato testimonianza nell’inscriversi sulla sottile carta baritata

Le vite delle protagoniste di oggi simboleggiano un’arte, vissuta attraverso la macchina fotografica, che fa da strumento di connessione tra il presente e il passato. Le dichiarazioni da loro pronunciate sono inscritte in quei fogli custoditi in scatole o incorniciati, a fare da finestra sui ricordi e sulle battaglie condotte nel tempo. Che siano fotografe o muse ispiratrici, il valore della loro presenza non muta, ma si trasforma in unitario simbolo di resistenza tramandato attraverso le generazioni. Sono donne che hanno intessuto tele, frutto di periodi di emarginazione, di accuse di stranezza e di alterità rispetto al “normale”. La loro capacità di sottrarsi all’oblio trova spazio in collezioni e libri fotografici, per mettere al centro quelle caratteristiche che le rendono uniche. Mentre posano in quell’attesa, al di là o al di qua dell’obiettivo, di veder riconosciuto il proprio diritto ad esistere. 

Per riuscire a trasmettere memorie vivide di epoche e di tentativi di affermazione, hanno costruito archivi che trovano radici negli anni Ottanta del Novecento. Epoca di estremi, centrata principalmente attorno alla Grande Mela. In quel succo magico fatto di fama e di ricchezza, dove non tutte le megere trovavano nutrimento. Qui hanno dato vita a nuove forme di sabba, dove ad essere messi a fuoco erano i margini della città che non dorme mai, di quella capitale culturale dove imperversava una necessità di cambiamento. In quei luoghi al limite tra la realtà e l’immaginazione, si sono costruiti i contorni di un’esistenza alternativa, dettata dall’emergere di identità non conformi a quella norma tradizionalista. Le lotte segrete di questi quartieri periferici hanno portato alla creazione di comunità, come quella LGBTQIA+, alimentate dai quei canti femministi che avevano pervaso l’intero secolo. In questo modo prendevano forma, attraverso singoli fotogrammi, intrecci di ideali di cui le fotografe si sono fatte portatrici. 

Lina Pallotta e l’incanto per gli invisibili

La lente patinata delle copertine dei Magazine di moda, oscurava quel mescolarsi di avvenimenti collaterali che, come abbiamo imparato a capire in questa rubrica, alimentano l’anima delle megere. In questa stranezza rivestita di ripudio, si è fatta spazio la visione trasversale di Lina Pallotta. La sua identità di italiana di provincia, già strega in quel mondo ovattato che relegava ancora le donne ai mestieri domestici, ha dato fuoco al suo obiettivo. Così viaggiando tra i continenti, è approdata a New York, dove a parlargli erano le persone invisibili, quelle escluse dall’immaginario dominante. In un dialogo intimo e poetico, il suo lavoro cominciava ad orientarsi verso quella narrazione tanto singolare di chi viveva al confine della società. 

Controcanto a Leibovitz: i volti fuori dall’inquadratura

Negli stessi anni in cui Annie Leibovitz, in pieno estro creativo, contribuiva a creare l’estetica  pop della cultura contemporanea, altre fattucchiere seguivano sentieri più impervi. In un mondo concentrato sulla celebrazione di miti e figure idealizzate, Lina guardava con attenzione a quelle vite lasciate a fare da contorno. A quelle persone che sfuggivano dall’inquadratura, tenute lontane dalle narrazioni ufficiali. I ritratti della fotografa campana acquisivano una forza dirompente, tanto polarizzante da sfidare gerarchie ed epoche di apparenza. Soggetti dei suoi scatti erano escluse, figure mistiche che, come lei, avevano rischiato di non abitare la memoria collettiva, tenutesi fuori da quella mondanità che rifletteva la fine dello scorso secolo. I loro volti, i loro corpi, le loro emozioni diventavano traccia di un ricordo sbiadito, dove si erano create nuove identità in fuga dalla persecuzione. 

Nelle caratteristiche del suo lavoro si percepiva quella ricerca documentaristica, quella complicità che veniva a crearsi con chi posava dietro la camera. In un incantesimo, i cui versi restano noti solo ai presenti, veniva a crearsi quell’empatia sintomo di un desiderio di redenzione. Attraverso l’occhio vigile della sua macchina fotografica, l’artista campana prevedeva il futuro, quello dove le streghe contemporanee avrebbero avuto bisogno di icone di emancipazione. Tracciava, con il suo sguardo personale, i presupposti di una giustizia sociale, che si poneva a contrasto con una società schiava del conservatorismo e spaventata dal progresso. Così la sua firma ha trovato degli elementi distintivi, che le hanno permesso di trasmettere unicità, in un contesto ignorato dai suoi colleghi uomini.

Ridare corpo a chi era trasparenza

Con lei persone trans, donne, lavoratrici, artiste e attiviste, si sono liberate della condanna di trasparenza. Attraverso immagini e ritratti ne è stato riabilitato il valore sociale e culturale, sinonimo di presenze che non possono essere ignorate. Hanno perso quell’irrilevanza che sfruttava i loro corpi e le loro anime, senza dare nulla in cambio. Grazie alla sua fotografia, si è creata l’opportunità per illuminare “tutto ciò che la società non vuole vedere o accettare”; momenti di realtà che raccontano la verità senza maschere e opinioni. Da figura femminile unica, strana ed estranea a quel senso di colpa che perseguita le donne solo per il fatto di costruire una loro indipendenza di pensiero, ha lasciato il segno. Perdendo ambiguità, attraverso i sui ritratti, la cultura dei luoghi che ha rappresentato ha ricominciato dal punto più basso. Lì, dove a fondare quell’esistenza fatta di castelli in aria, erano decenni di attivismo passati attraverso i vicoli e le piazze. 

Dagli squatter di New York, in quel Lower East Side musa dei suoi lavori, ai portici di Bologna, passando per i volti e le storie di amiche e di attiviste, che hanno lasciato traccia soprattutto nella comunità trans. La macchina fotografica di Lina ha immortalato, con cautela e senso di responsabilità, una storia che si è ripetuta nei decenni, di persone lasciate in condizioni estreme semplicemente per il loro essere differenti. Caratteristica dei suoi ritratti un vivido bianco e nero. Così da rassomigliare a quelle streghe, immerse in un’oscurità senza colore, sintomo di una società che non le vede nella sua interezza. I suoi soggetti si avvicinano a quell’estrema semplicità d’essere, fatta di crudezza, di isolamento e trasmessa attraverso ritratti fedeli. Nelle sue foto si percepisce quella lotta contro la paura, per provare ad esistere senza diritti e tutele. 

L’ecco di Lisetta Carmi

Segni indelebili di altre icone della fotografia dello scorso secolo resistono nelle tecniche da lei utilizzate. Come quelle di Lisetta Carmi, interprete della trasformazione della riflessione sull’identità sessuale, diffusasi negli anni Settanta. Una tra le prime fattucchiere a distruggere il tabù scio-culturale, provocando scandali e incomprensioni con la generazione del tempo. Lei, perseguitata e rifiutata dalle librerie che non volevano vendere il frutto del suo lavoro, fu paladina di una contro-cultura fotografica. Alimentata dal fuoco di generazioni di donne che hanno contribuito all’evolversi del femminismo in nuovi linguaggi di emancipazione. 

Entrambe testimoni di una storia di persecuzione, entrambe veggenti di un futuro senza una chiara direzione, provocano ancora oggi scandalo con le proprie fotografie. Anche se l’apparenza del contesto contemporaneo è diversa, anche se l’attivismo ha nuove forme, sono ancora loro le testimoni di questa intima riflessione. 

Porpora, la voce che diventò immagine

Assieme ai soggetti delle loro opere, figure che prendono vita attraverso il loro obiettivo. Come quella di Porpora Marcasciano, protagonista di diversi lavori di Lina Pallotta. Affascinate reciprocamente dalla propria aura ispiratrice, unite dall’attivismo e dall’orgoglio di distinguersi, le due hanno creato un sodalizio che ha dato voce al movimento trans italiano. Attraverso l’interpretazione personale della lente fotografica sono state in grado di rileggere le battaglie dello scorso secolo, rendendole attuali e rappresentative di intere comunità. Le immagini silenziose hanno, così, preso il posto dei gridi di protesta, per testimoniare le difficoltà nel vedersi riconosciuti i diritti fondamentali, come l’accesso alle cure sanitarie. Un’intuizione che aveva già avuto Carmi, quando scelse di mostrare la comunità dei “travestiti” di Genova, fotografata tra gli anni Sessanta e gli anni Settanta. I volti noti erano stati, già allora, privati di quell’elemento d’interesse, che costringeva tutti a concentrarsi su pochi singoli, perdendo di vista creature nel pieno della loro esistenza. 

Corpi liberati dal buio della notte

Superando le avversità di un esilio fatto di demoni, non hanno arrestato la permanenza emotiva del loro stile. Le urla allo scandalo non le hanno spaventate, lasciandole libere di mostrare corpi non più coperti dal buio della notte e delle tenebre. Così è venuto a perdersi quell’immaginario caricaturistico, costruito in secoli di pregiudizio ed esclusione, mostrando purezza, realtà, fragilità, racchiuse in vite cariche di sogni e di aspirazioni. La superficialità dello stereotipo è stata sostituita dalla complessità di un reale fatto di sofferenza cruda, senza sensazionalismi. A posare dietro la camera non sono più oggetti d’osservazione e di derisione, ma soggetti che si raccontano in un’intimità priva di fronzoli e in una prossimità che non categorizza. Per restituire legittimazione alle streghe, costantemente cacciate, anche se con diversi linguaggi, forme e confini. 

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Giu 20, 2026

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