In un rimando ancestrale, quasi mitologico, Dior ritorna ad Hollywood e alla sua Dream Factory. Per la collezione Cruise 2027 Jonathan Anderson riporta nel presente il sodalizio creativo fra il cinema e Monsieur Dior. Un rapporto significativo e fondamentale per la Maison che oggi si trasforma in una celebrazione della città e di tutti i suoi miti; fra malinconia, decadenza e tinte noir

Le luci soffuse di una notte indefinita ricreano sulle pareti del County Museum di Los Angeles chiaroscuri di ombre e mistero. Luci che scolpiscono nel presente l’immaginario della cinematografia di Billy Wilder, Alfred Hitchcock e Joseph Mankiewicz. È la visione Noir che Jonathan Anderson decide di rimodellare per la collezione Cruise 2027 di Dior. Non una semplice scelta narrativa ma una vera e propria celebrazione della storia più antica legata alla Maison. Prima ancora che quest’utlima fosse fondata nel 1946 infatti, Monsieur Dior aveva lavorato ai costumi della pellicola “Le Lit à Colonnes”. Successivamente poi al debutto del “New Look” e dunque alla crescita esponenziale della fama del suo genio, arrivò l’incontro con Marlene Dietrich. Nel 1949 l’attrice, che avrebbe dovuto partecipare come protagonista nel nuovo film di Alfred Hitchcock “Stage Fright”, impose un veto sul suo ruolo. Marlene difatti non avrebbe mai interpretato la seduttrice Charlotte Inwood se la produzione non avesse approvato i costumi di scena realizzati da Christian Dior. Da qui la leggendaria dichiarazione “No Dior, No Dietrich” che oggi vediamo su Tote, t-shirt e maglieria grazie ad Anderson.

Il fondatore della Maison continuò a lavorare nella “Dream Factory” per diversi anni partecipando a film come “Les Enfants Terribles” di Jean-Pierre Melville e “Stazione Termini” di Vittorio De Sica che nel 1955 gli valse una nomination agli Oscar. Per la Cruise 2027 Jonathan Anderson rielabora questo immaginario, fra mito e leggenda, come una regista noir. E così il LACMA diventa una scenografia ombrosa fra lampade ad olio, foschia e Cadillac.
The Dream Factory
Christian Dior negli anni ha costruito con il cinema un sodalizio indissolubile regalando la propria visione a figure come Sophia Loren, Ingrid Bergman, Ava Gardner ed Elisabeth Taylor. Il sugo genio aveva intuito come reinterpretare la nuova forza vitale nata nel dopoguerra e lo slancio delle arti nella sfera onirica. «Christian Dior comprese quanto fosse importante l’idea del “sogno” per le persone nel dopoguerra, come forma di evasione. Esplorò questo concetto nell’alta moda, i suoi amici surrealisti erano ossessionati dai sogni e, naturalmente, Hollywood è “la fabbrica dei sogni”. Faceva tutto parte di un unico cambiamento interculturale.» Afferma Jonathan Anderson in una nota. Lo show Cruise si apre con un abito a colonna plissettato che, attraverso un gioco di drappeggi, riporta una dinamica gonna a ruota fermata da eleganti fiori in chiffon. L’elemento floreale si ripete in più occasioni come nelle sottovesti drappeggiate, nei look da sera ricoperti da intricate applicazioni preziose e in una abito che celebra Los Angeles.

Una delle ispirazioni principali della collezione infatti è il Papavero della California che si contraddistingue grazie al suo arancione acceso. Nel racconto di Anderson questo fiore si dissolve in un gioco di sovrapposizioni in cui i petali di chiffon si alternano sui capi come scaglie romantiche. La dinamicità e lo studio delle forme e delle texture sono i tratti fondamentali che da sempre danzano nella visione del designer inglese. Questa collezione non fa eccezione e così vediamo frange di paillettes e fiori che disegnano i profili di giacche e abiti. Il plissé viene applicato a camicie long mentre giochi di balze fanno capolino da abiti sottoveste e si insinuano nelle dinamiche e vezzose sciarpe.

La Bàr Jacket secondo Anderson
Jonathan Anderson continua la sua narrazione contemporanea della Bar Jacket che già nelle scorse collezioni abbiamo potuto ammirare in molteplici reinterpretazioni. Qui viene realizzata attraverso una complicata sovrapposizione di lana e filati lurex che in un degradè materico si sfrangiano nella parte finale del capo. Un lavoro artigianale certosino che si ripete anche nei preziosi pied-de-poule e Principe di Galles nella versione maschile. Per l’uomo Anderson decide di costruire una narrazione più quotidiana ma pur sempre couture. Vediamo jeans strappati e poi ricuciti tramite finissime catene in argento che imitano i fili di cotone e poi un cappotto sorprendente che richiama i film noir. Sulla sua superficie difatti vediamo giochi di chiaroscuri iper-realistici realizzati attraverso la tecnica minuziosa e impercettibile della gugliatura.

In questo alternarsi di luci e ombre vediamo manifestarsi un abito rosso sanguigno drappeggiato che richiama l’attenzione volutamente, come affermato da Anderson: «Christian Dior inseriva sempre un abito rosso a metà delle sue collezioni, semplicemente per dare una scossa alla gente: un espediente con cui ho pensato di sperimentare.»

Le collaborazioni con Ed Ruscha e Philippe Tracy
Nella collezione diverse t-shirt e camicie vengono realizzate in collaborazione con Ed Ruscha, artista che ha ritratto Los Angeles attraverso la sua visione malinconica e pop. «Quando penso a Los Angeles, penso al lavoro di Ruscha, che possiede questo affascinante senso del quotidiano e di come esso si relazioni alla grandiosità della città.» Dichiara Jonathan Anderson che per la realizzazione dei fascinator dello show decide di collaborare con il leggendario Philippe Tracy. E così le scritte “Dior” o “Star” vengono ricreate negli iconici copricapi “lettering” che in passato sono stati costumizzati per celebrity come Lady Gaga e Isabella Blow.

Questa lettera d’amore di Joanthan Anderson al cinema, a Los Angeles e a tutti miti che hanno indossato Dior si conclude come un perfetto film noir. Graziato di bellezza fatale, malinconia e sogno.
Photo Courtesy Dior.



