Il possesso del corpo e della libertà sessuale femminile sono una conquista recentissima nella lunga storia delle donne. La percezione, la legislazione e la cultura che li riguarda sono cambiati nel tempo, soggetti a politiche, dettami e costrutti sociali in un perpetuo alternarsi di indipendenza ed oppressione
Era il 1971 quando Rosanna Fratello cantava “Sono una donna, non sono una santa”, brano in cui si raccontano desideri e paure di una giovane ragazza innamorata. La libertà sessuale che si scontra con maldicenze, obblighi e aspettative sociali che, se tanto raccontano degli anni Sessanta, dialogano ancora con la società contemporanea. “Dove sei stata? La gente ti guarda/ Resta in casa, la gente ti guarda.” Così la Fratello riassumeva la diatriba fra il suo desiderio sessuale nei confronti del compagno e il timore del giudizio, della malignità della sua famiglia e della comunità in cui viveva.
Una canzone, si potrebbe dire, perfettamente inserita nel contesto storico in cui è stata interpretata. Se da una parte il femminismo lottava per la libertà del corpo e sessuale, il genere femminile, soprattutto nelle piccole comunità, era ancora intrappolato in una società rigida e chiusa che aveva ben chiaro quello che doveva essere il comportamento di una “signorina”. Due realtà opposte, in continuo dialogo e scontro fra loro, che hanno plasmato la situazione femminile attuale, continuamente in bilico fra morale cristiana e libera consapevolezza.
Solo a partire dagli anni Sessanta, grazie alle lotte del femminismo, il costrutto sociale costituitosi attorno alla nozione di sessualità e corpo è stato evidenziato e combattuto. Il movimento, all’interno di una riflessione socioculturale che aveva riconosciuto e demonizzato il patriarcato, aveva identificato l’influenza del maschilismo nei confronti di questi. A suono di “Il corpo è mio e lo gestisco io” le femministe si interessano, studiano, riscoprono una parte di sé stesse che era stata loro preclusa per secoli.
Gli studi portano alla luce una realtà in cui esso è sia luogo di applicazione del potere maschile che fonte di esperienza e desiderio. Le donne scoprono una conoscenza di sé e della propria sessualità nascosta da secoli di morale cattolica. Temi tabù diventano argomento di dibattito e conversazione. Dal ciclo mestruale all’orgasmo penetrativo, con la consapevolezza che la cognizione di sé é un passo per la conquista di un nuovo ruolo all’interno della società.
Comizi d’amore
Si tratta di una lotta che trova nella moda un vincolo comunicativo potente e che rompe con le regole imposte fino a qualche anno prima. Non solo la minigonna, ma anche jeans, maglie scollate e abbandono dei reggiseni. È, però, una rivoluzione culturale e sociale che fatica a raggiungere le periferie dove le regole comunitarie nei confronti delle ragazze erano catene molto più difficili da spezzare.
Nelle realtà rurali, nelle province lontane dai centri e nelle collettività cattoliche, la libertà e la consapevolezza del proprio corpo restavano chimere, inseguite da poche e ignorate da molte altre. Questo si può osservare in un documentario di Pierpaolo Pasolini, Comizi d’amore, dove alle domande sul sesso, amore e sentimenti gli intervistati rispondono facendo riferimento all’ambiente socio-culturale in cui sono cresciuti. Una diversità che si può riassumere dalle parole dell’intervistata Oriana Fallaci rispetto alle differenze fra le proletarie milanesi e calabresi: “è un altro mondo”.
Il movimento combatte per delle conquiste fondamentali per il genere femminile ma, a volte, finisce per restare vittima delle sue stesse riflessioni. Il giudizio, per esempio, nei confronti delle casalinghe madri di famiglia, considerate figlie sane del patriarcato, deriva anche da una incapacità di comprendere le difficoltà di rottura degli schemi delle giovani che vivono in condizioni economiche e culturali differenti dalle loro.
Alle stesso modo, la figura della prostituita è accompagnata da considerazioni e riflessioni ingarbugliate. Le lucciole, nel momento in cui scelgono consapevolmente questa professione, non sono padrone della propria sessualità ma rispondono a canoni prefissati nel tempo dagli uomini. Per esempio, Carla Lonzi, in La donna vaginale e la donna clitoridea, abborriva il sesso penetrativo perché non comportava piacere alla donna ma solo all’uomo. Riteneva infatti che la sessualità femminile dovesse essere completamente rivista sulla base di questi dati. “Il piacere vaginale non è per la donna il piacere più profondo e completo, ma è il piacere ufficiale della cultura sessuale patriarcale.” Si legge fra le pagine del libro.
Pregiudizi contemporanei
Contraddizioni, nodi e ponderazioni che sono giunte fino ai giorni nostri in una mescolanza di libertà e pregiudizio auto inflitto. Infatti, le donne contemporanee vivono una realtà che un secolo fa sarebbe stata utopica ma, allo stesso tempo, sono vittime di un ordine antico e ramificato. Libere di indossare ciò che vogliono, di decidere della propria sessualità e di monetizzare sul loro corpo. E ancora di parlare della propria libido, del ciclo mestruale e di tanti argomenti bollati dal tabù; ma a che prezzo? Ogni azione, decisione, argomento è sempre analizzato e giudicato da una comunità i cui piedi sono immersi in secoli di modelli culturali e sociali.
Non c’è una donna che non si sia sentita dire “chissà cosa dirà la gente” per il proprio outfit. O ancora che non sia stata giudicata per aver scelto arbitrariamente con chi passare la notte o che sia stata intimata al silenzio parlando di “argomenti scomodi” di fronte agli uomini. Sovente questi giudizi vengono dal contesto familiare e da altre donne profondamente radicate e timorose dell’opinione sociale. In questo modo, il pregiudizio è acquisito e applicato su di sé e alle altre in un continuo circolo vizioso di maldicenze imposte secoli fa dagli uomini.
Sex workers: fra autodeterminazione e sopravvivenza
Anche nei confronti delle sex workers il genere femminile e il femminismo hanno un atteggiamento bivalente. Nel corso del tempo, il movimento ha compreso, empatizzato e combattuto per le lavoratrici della notte proveniente da ambiti socioeconomici difficili. Queste donne, infatti, non sono del tutto libere e consapevoli nella scelta di questa occupazione. Molto spesso provengono da situazioni sociali e culturali difficili da cui è molto arduo uscire. L’uso del loro corpo diventa un mezzo economico con cui cercare di sopravvivere e di fuggire da una realtà povera e malfamata. Allo stesso tempo, però, alcune femministe assumono un atteggiamento critico e giudicante nei confronti delle sex workers, provenienti da ambienti socioeconomici diversi, che scelgono di commercializzare il proprio corpo.
Questo perché sono considerate modelli negativi e conduttori sani della sessualizzazione e del possesso maschile nei confronti del corpo femminile. A tal proposito, una giovane femminista, inserendosi nella polemica sulle escort di lusso, ha affermato: “gli uomini non vanno con le escort perché non trovano donne gratis disponibili, ma perché l’atto di comprare e possedere una donna come fosse un oggetto è un atto di potere. Inoltre pagando pensano di non avere alcun limite nella prestazione sessuale”. È innegabile che, al momento attuale, non siano modelli perseguibili dalle giovani perché inserite in un sistema che non le tutela.
Il privilegio maschile
In un mondo ideale potrebbero dettare le condizioni per il loro lavoro e la società le proteggerebbe invece di allontarle rendendole vittime preferenziali di killer, molestatori e protettori. Il pregiudizio nei loro confronti deriva anche da una condanna maschile nei confronti delle escort di lusso che però, non si applica al corrispettivo maschile. Anzi, attorno a loro alleggia un rispetto e anche una sorta di invidia. Ciò accade perché si viene retribuiti per una prestazione che alcuni farebbero gratuitamente (a patto che si tratti di rapporti con il sesso femminile e non con altri uomini perché, in quel caso, il giudizio e lo sdegno è pari a quello per le lucciole). Basti pensare al film American gigolo dove l’uomo che si prostituisce è idealizzato: guida una bella auto, ha una casa ben arredata e veste Armani.
La continua lotta delle “streghe” del presente
In una società utopica la sessualizzazione del corpo femminile da parte degli uomini non esisterebbe perché l’educazione sessuale sarebbe insegnata nelle scuole. In questo modo tutti sarebbero consapevoli del concetto di consenso, di possesso, del proprio corpo e della libertà di usarlo a proprio piacimento.
Quello che colpisce del dibattito sulle lavoratrici delle notte è che nasce da un ordine valoriale patriarcale che appesantisce ancora il genere femminile. Alcune femministe, infatti, criticando le sex workers, pur facendolo con scopi benevoli, finiscono per disapprovarle proprio come fa la società maschile. Si pensi alla dichiarazione sopracitata dove si parla di <<donne gratis>> cadendo nella mentalità maschile della commercializzazione dei corpi femminili.
La difficoltà dell’essere streghe oggigiorno è proprio quella di muoversi in una realtà in continua mutazione dove il frutto dell’albero risente ancora del veleno delle radici. Devono fare i conti con la loro crisi d’identità e con una strada tracciata, ma ancora da asfaltare. Le malefiche contemporanee sono quelle che continuano a combattere per la libertà sessuale e del corpo tentando di eliminare secoli di costrutti, ma non solo. Criticando un sistema con il tentativo di cambiarlo, eliminando il giudizio nei confronti delle altre donne sostituendolo con una lotta all’ordine socioculturale. Le streghe sono coloro che, in silenzio o ad alta voce, continuano a battersi per rivoluzionare una struttura secolare in un’unione femminile che non ha esclusi o emarginati.
Photo cover “The Witch” by Robert Eggers.



