Dalla scelta dell’Arancione Internazionale all’attenzione al dettaglio nel tentativo di superare il limiti terreni, nello spazio la moda è un vero e proprio strumento vitale. Funzionalità e innovazione ai massimi livelli si scontrano con un immaginario pop delineato, ancor prima dello sbarco sulla luna, da Paco Rabanne
Quando Neil Armstrong piantò la bandiera americana su suolo lunare le immagini balzarono nei televisori di tutto il mondo. Lui con quella tuta perfettamente bianca, quasi non si distingueva dalla superficie del satellite della Terra, mentre segnava “il grande balzo per l’umanità”. Più di 50 anni dopo, altri quattro astronauti si sono preparati per riscrivere la storia dell’umanità moderna ma, stavolta, le loro tute sono arancioni. Sembrerà riduttivo pensare al colore di un indumento come la tuta spaziale, che intorno a sé ha uno studio ed una costruzione che vanno al di là delle scelte stilistiche e tecnologiche. Eppure è un modo per capire come la moda, nelle sue sfaccettature sia essenziale a garantire la vita lontano dalla Terra.
Ormai da tempo, infatti, sul nostro pianeta, si è persa quell’attenzione all’abbigliamento come elemento che garantisca la sopravvivenza. Una tendenza che lo sta spingendolo a diventare un ornamento estetico, quasi al limite dell’eccessività. Ci sono ancora situazioni, però, dove le scelte stilistiche piuttosto che l’attenzione minuziosa al dettaglio hanno il compito, non semplice, di mantenerci in vita. È questo ciò a cui si è pensato nella realizzazione delle tute della missione Artemis II, partita il primo aprile dalla base della NASA di Cape Canaveral in direzione della Luna. Nella concitazione dei saluti prima della partenza, i quattro astronauti apparivano come 4 supereroi, pronti ad andare in una direzione opposta a quella verso cui il mondo di oggi ci spinge. L’effetto magnetico è partito proprio dalle loro tute. Queste hanno attirato l’attenzione dei più esperti, e non solo, per la loro anticonvenzionalità e la rottura con l’immaginario collettivo dell’astronauta in bianco.
International Orange
La scelta di raggiungere il lato oscuro della Luna, oltre quanto era stato mai fatto in precedenza, con indosso un abbigliamento così sgargiante non è stata casuale. Questo specifico color arancione, noto anche come International Orange, si introdusse nell’abbigliamento tecnico spaziale, per rimarcare la necessità di creare un contrasto tra l’astronauta e l’ambiente circostante. Prima di questo momento l’arancione internazionale fu introdotto negli anni Settanta dall’Areonautica Militare per creare tute pressurizzate da utilizzare ad alta quota. Successivamente venne adottato quindi dalla NASA, che creò le cosiddette “tute zucca”, poco dopo il disastro dello Space Shuttle Challenger. Oggi, però, acquista una veste nuova con l’obiettivo di migliorare le funzionalità dell’abbigliamento spaziale e sviluppare caratteristiche che portino l’esplorazione verso un nuovo capitolo.
L’arancione, infatti, non è l’unico elemento di connessione tra la moda e i viaggi spaziali. L’esigenza di migliorare la sopravvivenza in ambienti ostili ha spinto l’evoluzione tecnologica alla creazione di punti di contatto con l’industria dell’abbigliamento. L’obiettivo è di supportare la vita fuori dalla navicella per un tempo maggiore e rispondere, contemporaneamente, ad esigenze funzionali in situazioni estreme.
Se l’aprile di quest’anno ha segnato il primo punto di svolta nell’importanza di alcune scelte stilistiche in circostanze non terrene, sarà il 2027 a rappresentare un punto di arrivo importante per la moda nel contesto scientifico e tecnologico.
Le tute spaziali di Prada
Le tute della futura missione, Artemis III, sono state, infatti, progettate dall’agenzia aerospaziale americana Axiom Space in collaborazione con Prada. La casa di moda italiana, che ha presentato il progetto AxEMU già nel 2024, in occasione del Congresso Astronautico Internazionale, ha scelto di portare la moda oltre i limiti terreni, contribuendo con il proprio savoir faire alla creazione di un prodotto innovativo ed essenziale per la sopravvivenza. Qui, oltre al colore, che ritorna ad essere bianco, si è pensato ad un design che fosse sicuro dal punto di vista tecnico. Dunque resistente alle condizioni estreme e funzionale per astronauti, uomini e donne.
Queste ultime, in particolare, hanno attirato l’attenzione della casa di moda milanese, dovendo per la prima volta pensare ad una tuta che si adattasse ad una fisionomia di astronauta non solo maschile. Tra le caratteristiche essenziali di queste tute vi sono diverse innovazioni. Resistenza per otto ore di attività extraveicolare e per due ore nelle zone più fredde del polo sud lunare, visibilità del casco migliorata, struttura modulare e resistenza anche nell’orbita terrestre bassa. Anche gli elementi estetici sono importanti. Le strisce rosse che, oltre a segnalare il contributo di Prada, fungono da fanalini di riconoscimento per busto e braccia, punti afferrabili in caso di dispersione dell’astronauta. Dettagli che, qui, non stanno solo a simboleggiare un marchio, ma che acquistano un ruolo di essenzialità per garantire la sopravvivenza.
In questo modo l’utilizzo di cuciture forti e morbide, di silhouette ergonomiche, di tessuti ad alta protezione dalle temperature estreme e di strutture meno rigide, fa il suo passaggio dalle passerelle alle passeggiate lunari e viceversa, contribuendo a segnare nuovi capitoli e ad intrecciare mondi apparentemente distanti. Mentre l’expertise della moda si mette al servizio di un progetto ambizioso, il punto focale degli esperti si sposta. Sia con l’obiettivo di mostrare che i brand sono ancora capaci di cambiare le sorti della storia, sia per richiamare un possibile ritorno ad un’estetica spaziale che abbia la sua utilità anche sulla superficie terrestre.
Il ritorno della Space Age
Si nota nelle collezioni che hanno dato ispirazione ai trend per questa stagione. Dai completi, gli abiti metallici e le borse in pelle metallizzata della SS 26 di Paco Rabanne ai cargo bianchi e neri di Louis Vuitton. Si delinea un ritorno misurato alla celebre Space Age di cui Rabanne ne fu il più grande esponente. Impossibile non citare il competitor più affine al designer spagnolo, Courregges. Quest’ultimo contribuì enormemente alla diffusione della “moda spaziale” fra mini-abiti, colori pastello e minimalismo sperimentale. Un futuro dove vari esperti di settori si incontrano e mettono a disposizione le proprie capacità per «sviluppare prodotti e servizi innovativi che rispondono non solo alle necessità nello spazio, ma anche alle esigenze future sulla Terra».
Photo Cover from Nasa Artemis II.



