Le proteste milanesi contro il carovita sollevano una domanda che riguarda anche chi non manifesta. Che cosa succede quando il futuro che desideriamo sembra sempre più difficile da raggiungere e smettiamo di credere che la nostra voce possa essere ascoltata?

Le vetrine del lusso raccontano un mondo in cui il successo ha una formula precisa. Una Birkin di Hermès, una Chanel Double Flap, un bracciale Cartier Love. Oggetti che, oltre al loro valore materiale, sono diventati simboli riconoscibili di uno status sociale e che, proprio per questo, figurano tra gli articoli più ricercati nel mercato del lusso e del resale.
La moda attribuisce loro significati che vanno oltre l’estetica: gusto, appartenenza, realizzazione personale. Possederli può diventare una prova tangibile di avercela fatta. Eppure, mentre alimenta il desiderio, costruire una vita autonoma diventa sempre più difficile.
È in questa forte contraddizione che si inseriscono le recenti manifestazioni svoltesi a Milano, durante le quali sono state infrante proprio alcune di queste vetrine e diverse boutique sono state costrette ad abbassare le serrande. La protesta è nata attorno a rivendicazioni che riguardano il costo della vita, gli stipendi e le prospettive delle nuove generazioni. Il disagio dei giovani non si misura soltanto in ciò che si riesce o non si riesce a comprare, ma anche nella possibilità di studiare, trovare un lavoro dignitoso, comprare casa e immaginare un futuro che non sia soltanto una sequenza di spese da sostenere.
Le ragioni di chi è sceso in piazza mi sono vicine eppure, probabilmente, non sarei stata lì. Non per indifferenza, ma per disillusione: la convinzione, difficile da scacciare, che manifestare non basti a cambiare le cose. Condividere un disagio, infatti, non significa necessariamente riuscire a tradurlo in partecipazione, soprattutto quando risulta complicato riconoscersi nelle forme della protesta, tra cortei e slogan. È proprio qui che nasce una contraddizione. La distanza dalla protesta rischia di lasciare senza voce anche chi avrebbe ragioni concrete per farsi ascoltare. Il confine tra scelta consapevole e rinuncia, allora, si fa sottile.

Il fuocherello della disillusione
Per capire che cosa spinga qualcuno a scegliere di protestare attivamente, ho parlato con Claudio, vent’anni, studente di Storia all’Università Statale di Milano e attivo da anni nell’ambiente dei collettivi della sinistra extraparlamentare milanese. Era presente alla manifestazione, alla quale si è avvicinato anche per curiosità. Lo ha convinto un’iniziativa nata su TikTok, che, secondo la sua percezione, non era stata guidata, almeno inizialmente, dalle consuete organizzazioni politiche.
A colpirlo in piazza, racconta, è stata soprattutto la dimensione anagrafica della protesta: «Il tema vero era generazionale.» Dice, riferendosi a chi è cresciuto in una condizione di crisi permanente e vede restringersi le proprie prospettive future, mentre le distanze sociali diventano sempre più evidenti.
Il cosiddetto caro tutto è la manifestazione quotidiana di questa frattura. Affitti proibitivi, spese essenziali sempre più difficili da sostenere e stipendi che non permettono di raggiungere una reale indipendenza economica.
Gli esempi portati durante la conversazione non appartengono a uno scenario astratto. Lo studente racconta di amici che hanno lavorato nei ristoranti per tre euro all’ora, della difficoltà di lasciare la casa dei genitori e di chi vorrebbe proseguire gli studi ma non può contare su una famiglia in grado di sostenerne economicamente il percorso. L’istruzione, per lui, dovrebbe essere uno strumento di emancipazione, non un’opportunità riservata soltanto a chi parte da una condizione economica favorevole: «Investire sull’istruzione vuol dire investire sul nostro futuro», osserva.

La frase più incisiva arriva quando parla di sé: «Io ho un piano di vita, ma […] mi vedo davvero in difficoltà a immaginarmi in questo futuro.» Non è l’assenza di ambizioni a emergere, ma la difficoltà di individuare una strada percorribile. Per chi ha vent’anni, immaginare il proprio futuro significa fare i conti con opportunità che non sempre permettono di trasformare i progetti in realtà, ancora prima di entrare nella vita adulta.
Questa incertezza mette in discussione l’idea che impegno e merito siano sufficienti a determinare il successo. Dal sistema ci viene chiesto di essere ambiziosi, preparati e capaci di investire su noi stessi, ma non sempre abbiamo le risorse per trasformare queste qualità in autonomia.
Lo scetticismo, però, non riguarda soltanto chi resta a guardare come me. Claudio si definisce diffidente «dal sistema politico, dalla democrazia vigente, dall’utilità del voto» e, proprio per questo, considera la piazza uno degli strumenti rimasti per far sentire la propria voce. «La disillusione è reale», afferma, aggiungendo che chi non scende in piazza non dovrebbe essere accusato o deriso: la sfiducia è diffusa e ha ragioni comprensibili.
Quando gli chiedo che senso abbia continuare a protestare anche in assenza di risultati immediati, ricorre a un’immagine: bisogna «tenere acceso quel piccolo fuocherello, che così può diventare un incendio quando la fase lo permette». La metafora non promette una vittoria, ma esprime la necessità di conservare una possibilità, anche quando la partecipazione non garantisce un esito concreto.

Il prezzo del desiderio
Non possiamo confondere chi ha protestato pacificamente in nome dei propri diritti con chi, invece, ha trovato nella manifestazione un pretesto per distruggere. Distinguere questi comportamenti, però, permette di interrogarsi sul significato che alcuni luoghi e oggetti possono assumere durante una protesta. Perché proprio le vetrine dei negozi di lusso sono state prese di mira?
Per comprendere come siano diventate bersagli della devastazione, ho nuovamente interrogato Claudio: «Bisogna immaginarsi persone che vanno in centro […] e si trovano davanti a un foulard o a una cintura che può costare tre stipendi di tuo padre o persino l’intera mensilità di tuo padre e di tua madre messe insieme». Il confronto, nella sua descrizione, produce «una sensazione di impotenza e di assoluta inadeguatezza», fino a sentirsi, appunto, «fuori dal mondo».

Per questo non sorprende che, in una protesta attraversata dalla rabbia, le boutique possano diventare bersagli simbolici. Non significa che chi ha infranto una vetrina abbia elaborato una critica consapevole alla cultura del consumo o alle disuguaglianze. La distruzione resta un gesto concreto, le cui motivazioni possono essere diverse. Un oggetto desiderabile, esposto a pochi centimetri dal passante e, allo stesso tempo, economicamente irraggiungibile, può però suscitare collera.
L’industria del lusso non è soltanto una categoria di mercato: è anche un linguaggio attraverso cui vengono rappresentati il successo e l’appartenenza. Alcuni accessori assumono così un valore che supera la loro funzione. Diventano simboli di una vita desiderabile e, in questo senso, si trasformano in una promessa indossabile.
Il problema non è desiderare un abito, una borsa o una vita che ci appare migliore, ma dover fare i conti con quel desiderio mentre pagare un affitto, trovare un lavoro dignitoso o accedere agli studi diventa sempre più difficile. È in questa distanza tra aspirazioni e possibilità concrete che il desiderio può trasformarsi in una sensazione di esclusione.

Che cosa vende davvero una vetrina?
La moda non deve rinunciare alla propria essenza né essere ritenuta responsabile delle disuguaglianze economiche, ma può interrogarsi sull’idea di successo che contribuisce a diffondere. Non si tratta di rendere ogni capo accessibile a tutti o di negare il valore della qualità e dell’esclusività. Ma bensì di riconoscere il peso culturale delle immagini che propone. Quando il possesso diventa una delle principali rappresentazioni di una vita riuscita, il rischio è che il valore di ciò che siamo finisca per confondersi con ciò che possiamo permetterci.
La differenza, allora, non è necessariamente tra chi riconosce il disagio e chi lo ignora. La differenza risiede tra le risposte che si possono dare a quella stessa sfiducia. Claudio ritiene che partecipare alle proteste possa avere un senso anche quando non produce risultati immediati; io, al contrario, tendo a vedere
l’incertezza come un motivo per non espormi a qualcosa di cui non conosco l’esito.
Non si può sapere se il fuocherello di cui parla sarà sufficiente a innescare un cambiamento. Sono certa però che liquidare la protesta come inutile significhi non interrogarsi sulle condizioni che la rendono necessaria. Allo stesso modo, restare a casa non implica necessariamente essere indifferenti: a volte, è proprio la disillusione a impedire di reagire.
Il vetro si può sostituire; il modo in cui impariamo a riconoscere una vita riuscita, molto meno facilmente.
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