A poche settimane dall’uscita nelle sale dell’Odissea di Christopher Nolan, fra polemiche, critiche, spiegazioni e proclamazioni sembra emergere una sola grande verità: il mondo classico non smette mai di incantarci. Nonostante la presenza di dei, creature mitologiche e strane magie, i poemi antichi sembrano raccontarci più dell’uomo, delle sue debolezze e delle sue qualità, delle sfumature più nascoste del suo animo. Da questa introspezione che da secoli contamina e modifica il nostro bagaglio culturale affiora un riflesso del nostro tempo: l’eterna resistenza femminile in mondo controllato dagli uomini
Regine, principesse, sacerdotesse, maghe, dee e ninfe che sopravvivono ad un mondo in cui, per quanto potenti loro siano, c’è sempre un uomo che le ferisce, le deride e le colpisce sia che siano mortali o che immortali. Una superficie riflettente di una contemporanea realtà in cui qualsiasi donna deve combattere un sistema che le rigetta e che le si oppone costantemente. Anche quando riesce a prevalere, come accade alle eroine omeriche, la loro storia finisce per essere una parentesi insignificante nella storia delle grandi gesta maschili.
Odisseo è l’antieroe per eccellenza. Colui che combatte gli ostacoli che si trova davanti, colui che commette errori e azioni straordinarie, un uomo semplice vittima dei suoi stessi desideri e curiosità. Il suo viaggio è costellato di presenze femminili che similmente possono rappresentare “l’antieroe”. Donne che ingannano, usano la magia e l’astuzia e che pagano il peso delle loro emozioni. Si tratta, però, di personaggi secondari a cui pochi si sono interessati e di cui nessuno ha avuto il coraggio di mostrare la prospettiva per il semplice fatto che si sarebbe delineata una questione complicata: senza gli uomini la loro vita sarebbe stata così dolorosa e difficile?.
Fra le figure femminili che compaiono sia nell’Iliade che nell’Odissea di Nolan, Elena e Clitemnesta vogliono rappresentare in qualche modo i vizi femminili. La prima è canonicamente riconosciuta come la causa dello scoppio del conflitto, mentre la seconda è una traditrice assassina di un eroe greco. La realtà, se non diversa, è sicuramente complicata: si tratta di personaggi, alla pari dei protagonisti, costruiti per essere controversi e difficilmente comprensibili emotivamente.
Colpevoli per amore
Elena di Sparta era stata manipolata dalla dea Afrodite affinché seguisse Paride a Troia, dove iniziò a sviluppare un vero e proprio odio nei suoi confronti ritenendolo colpevole delle sue disgrazie e del dolore di entrambi i popoli in conflitto. Secondo l’Odissea, alla fine della guerra torna a vivere insieme a suo marito in serenità dimostrando che non era suo desiderio allontanarsi da un marito che aveva scelto.
Clitemnesta, invece, è stata ingannata dal suo stesso marito che le aveva chiesto di portargli la figlia Ifigenia in modo da darla in sposa ad Achille e che, invece, l’aveva sacrificata per chiedere il beneficio degli dei. Nuovamente circuita da Nauplio, si unisce ad Egidio e architetta la sua vendetta che avrà come vittima anche la profetessa inascoltata Cassandra, bottino di guerra del marito. Uccisa dal suo stesso figlio, rappresenta una madre che ha perso in maniera atroce la sua bambina e la cui vendetta è emotivamente comprensibile. Eppure in pochi conosco i retroscena di un omicidio considerato passionale e non una vendetta materna.
Le incantatrici e il tempo che le trasforma
L’archetipo delle incantatrici rappresentato da Circe e Calipso che hanno plasmato l’immaginario della femme fatale si collocano in un limbo difficile da decodificare per i contemporanei. La ninfa Calipso che, dopo decenni di solitudine, trova un compagno a cui dedica tutta sé stessa in un sottile confine fra amore e possesso. Nonostante i tentativi di persuasione, fra cui anche il dono dell’immortalità, affinché restasse con lei sull’isola alla fine lo lascia andare, procurandogli anche la zattera e le provviste, e arrendendosi ad una vita da sola. Calipso tenta ed inganna il re di Itaca per esaudire un umano desiderio di compagnia e amore cercando di essere tutto ciò che lui voleva in un comportamento che tutti coloro che hanno amato non ricambiati possono comprendere.
Secoli prima di Sabrina Carpenter c’era Circe a trasformare gli uomini in maiali. La rappresentazione dell’ammaliatrice che accoglie i viaggiatori con un lauto banchetto prima di trasformali in ciò che veramente sono: bestie. Nella sua villa lussuosa, controllata da cani e leoni, con le vesti ricche, la dea-maga tenta di circuire l’ingannatore per eccellenza che, per merito degli dei, non cade vittima della sua magia. Resta, però, abbagliato dalla sua figura, dalla sua forza e dalla sua personalità e sceglie di restare con lei per un intero anno. Una strega così seducente che ha ammaliato per secoli pittori e studiosi divenendo il simbolo per eccellenza dell’incantatrice.
Circe secondo l’Odissea di Nolan
Nolan nella sua Odissea intuisce che la sua magia nasconde un trauma o una paura nei confronti degli uomini e filma questo mutamento come la rappresentazione dell’anima vera, non un semplice incantesimo, ma come una plasmazione dell’io interiore. Circe, però, viene raffigurata come una donna colpita dall’avanzare del tempo e trasfigurata dai segni della vita. La sua figura e il suo comportamento sono i simboli del suo trauma. Questa trasposizione comporta, però, un lettura difficile della vicenda di Circe. Una donna è giustificata nel suo comportamento nei confronti degli uomini perché mostra i segni del suo trauma.
La figura di Circe nell’Odissea di Omero, invece, è affascinate proprio perché lei si difende ancor prima che l’attacchino, conosce la natura degli uomini e agisce di conseguenza, comportandosi come padrona della propria persona e della propria vita. La forza del personaggio omerico sta proprio nel complesso equilibrio fra antagonista e benefattrice. Il pubblico non è in grado di porla fra i buoni o i cattivi perchè lei rappresenta entrambi ed è in questa dicotomia che troviamo il suo fascino.
La regina autrice della storia
Infine, si giunge al personaggio più apprezzato e allo stesso tempo dimenticato dell’Odissea: Penelope. La prova con l’arco, l’uccisione dei Proci e il ricongiungimento privano il lettore di un decennio di resistenza femminile che, forse, ha poco a che fare con la virtù. Fin dallo scoppio della guerra ha governato un’intera isola e ha cresciuto un figlio occupando la posizione del marito. Gli anni del “non-ritorno” sono costellati da una preoccupazione costante per la sua vita, quella di suo figlio e della stessa isola.
La minaccia dei pretendenti è un pericolo di violenze, sangue e terrore che lei riesce a ritardare con l’inganno. È un’astuzia tutta femminile perché gioca sull’ignoranza degli uomini nei confronti dei passatempi delle donne. Chi poteva sapere quando un tela era stata disfatta se nessuno di loro ne aveva mai vista una cucita?. Il fare e il disfare è il prendere tempo per una decisione che in ogni caso avrebbe avuto dei riscontri negativi. Eppure Penelope è solo la moglie fedele che aspetta e non colei che governa e allontana i pericoli dalla sua corte.
Ogni personaggio femminile dei poemi classici, da Cassandra a Didone, merita una rivalutazione e una rilettura che potrebbe raccontare una nuova prospettiva ad una realtà che guardiamo sempre allo stesso modo da secoli. Se è vero che attraverso la riscoperta degli antichi si trova una nuova chiave di lettura del presente, allora forse è giunto il momento di fare le domande scomode e di trovane le risposte attraverso le voci di chi c’è sempre stato, ma non ha mai parlato. Le eroine dell’Odissea possono mostrare cosa significhi essere donna in qualsiasi epoca, condizione e status sociale. Ricche, povere, in pace o in guerra, oggi come ieri continuano a combattere e a cercare una nuova strada per essere libere.



