Una riflessione sulla dimensione estetica del desiderio, dell’appartenenza e della mascolinità contemporanea
Il maranza costituisce probabilmente una delle figure più cariche di tensione erotica dell’immaginario collettivo italiano contemporaneo. Non parla di sesso: lo genera attraverso il corpo. Una maglietta eccessivamente aderente, i pantaloni che scivolano appena sotto la vita, la biancheria lasciata deliberatamente in vista. Ogni dettaglio sembra concepito per essere notato, osservato, desiderato. Eppure tutto questo continua a essere narrato come qualcos’altro: sicurezza, vigore, ascendenza. Come se il desiderio non avesse alcuna parte in causa. Come se quei corpi non fossero stati plasmati per attrarre attenzione.
Lo spogliatoio è il luogo in cui tale contraddizione diviene impossibile da ignorare. Non è pubblico, ma nemmeno privato: è lo spazio in cui i ragazzi apprendono a diventare uomini osservando altri ragazzi. Qui il corpo dell’altro si trasforma in parametro, confronto e fissazione. Addominali, braccia, mascelle, peli, profumo: tutto viene osservato, registrato, comparato. La distanza tra ammirazione e desiderio diviene improvvisamente minima, più esigua di quanto si voglia ammettere. Perché una parte considerevole della mascolinità contemporanea si costruisce attraverso il desiderio degli altri uomini: nel loro sguardo, nella loro approvazione, nella loro attenzione. La compagnia diventa così qualcosa di più ambiguo: un dispositivo di produzione dell’appartenenza, ma anche dell’attrazione. Una comunità edificata attorno al contatto, all’esibizione e alla costante ricerca di conferme.
Corpi che desiderano apparire impenetrabili e che, al tempo stesso, desiderano essere osservati. Forse è proprio qui che si annida il paradosso: una mascolinità che si proclama impermeabile al desiderio e che vive costantemente immersa nello sguardo altrui. Una virilità che pretende di esistere come forza autonoma, ma che trova la propria legittimazione nell’essere vista, riconosciuta, confermata. Il maranza non rappresenta l’assenza del desiderio. Ne rappresenta piuttosto la rimozione.
La sua estetica, i suoi rituali e le sue posture raccontano una verità che il linguaggio continua ostinatamente a negare: che ogni corpo esibito è anche un corpo che domanda attenzione; che ogni manifestazione di forza contiene una richiesta di riconoscimento; che dietro l’ostentazione della durezza sopravvive, intatta, la necessità di essere desiderati. Forse il nucleo del fenomeno risiede proprio qui. Non nella violenza, nella sfida o nell’arroganza, ma in una forma di vulnerabilità dissimulata sotto le sembianze della potenza. Un’intera grammatica del desiderio che continua a esprimersi attraverso i corpi proprio mentre afferma di non voler significare nulla.









Text: Michi Vitariello @michivitariello
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