Un racconto antico, sopravvissuto nel tempo, alimentato da avvistamenti ed esperienze sovrannaturali rappresentato nell’etichetta del liquore campano per eccellenza. Così, attraverso una bottiglia, la secolare storia delle streghe di Benevento è diventata il simbolo del più importante premio letterario italiano: il Premio Strega. Il trofeo del successo e del talento che porta in sé anche una maledizione femminile difficile da scalfire. Quella di una società che non accetta le donne libere ed indipendenti e le condanna ad un eterno secondo posto
Secondo la leggenda, Benevento sarebbe stato il centro nevralgico della stregoneria dell’Italia meridionale. Sotto un antico noce, accanto al fiume Sabato, centinaia di donne si incontravano per praticare magie e rituali diabolici. Si trattava, in realtà, di coloro che erano restate intrappolate nel passaggio dal paganesimo al cristianesimo. Liturgie accettate e venerate divennero in poco tempo pericolosi incantesimi satanici. Il passaggio da sacerdotesse a parrocchiane avvenne simbolicamente con il rogo dell’albero.
Le fiamme purificatrici non misero fine, però, ad un sapienza femminile tramandata di generazione in generazione e, nuovamente, coloro che non rientravano nei canoni sociali venivano accusate di stregoneria. Secondo le testimonianze l’albero era rinato e i sabba avvenivano regolarmente ai suoi piedi. I racconti dei mariti preoccupati e gli avvistamenti di giovani a cavalcioni di scope volanti aumentavano giornalmente e occupavano le pagine dei predicatori. Fra paure e superstizione si condannavo così le mogli ingombranti e le donne indipendenti.
Nei secoli le janare divennero figure che incutevano timore e rispetto nelle piccole comunità disperse nel territorio. La loro conoscenza era sospesa fra il bene e il male, fra coloro che ne avevano beneficiato e coloro che ne erano stati maledetti. Gli uomini, in particolare, le temevano in quanto, per la prima volta, esclusi da un sapere, vittime e non carnefici, erano impotenti di fronte a qualcosa che era loro precluso e perciò considerato malvagio.
Dalle Janare alla Bottiglia: La Nascita di un Mito
Quando nel 1860 Giuseppe Alberti si stabilisce a Benevento ed inizia a produrre il suo liquore capisce immediatamente il potenziale suggestivo dei miti e dei racconti della sua terra. L’immaginario legato alle streghe che raccoglievano erbe e preparavano decotti magici riassumeva perfettamente il suo prodotto realizzato con 70 aromi diversi secondo una ricetta segreta. Lo Strega diventa, prima che un alcolico, un cantastorie, una porta sulla fantasia di chi lo assaggiava e un mezzo pubblicitario potentissimo. “Il primo sorso affascina, il secondo Strega”, slogan della ditta, alimenta la sua popolarità nel tempo fino ad uscire dai confini nazionali, diventando un’eccellenza italiana.
La famiglia Alberti assume un ruolo di mecenate e finanzia premi e riconoscimenti in tutta la penisola. Nonostante le difficoltà della guerra, Guido Alberti continua a guidare l’azienda verso il successo mantenendo il ruolo di patron delle arti oltre che di attore. Frequenta spesso il salotto letterario di Maria Bellonci, scrittrice e traduttrice romana, che insieme al marito Goffredo stava progettando un premio letterario che fungesse da palcoscenico per i talenti italiani. Infatti, nella vivace atmosfera di quegli anni avevano iniziato a discutere e dibattere su scrittori e trame insieme ai loro compagni autori, giornalisti, critici e artisti.
Gli amici della domenica avevano abbozzato un sistema di selezione e votazione dei nuovi romanzi da proiettare nel panorama letterario. All’idea mancava solo un finanziatore e così, Guido Alberti divenne uno dei fondatori del riconoscimento che prese il nome dal trofeo stesso: la bottiglia di un liquore rivoluzionario dalla storia antica, lo Strega.
Il Premio Strega e la maledizione delle “candidate eterne”
Maria Bellonci è fra le vittime della maledizione del riconoscimento che ha contribuito a creare: una dannazione che colpisce le scrittrici eternamente candidare e quasi mai vincitrici. Infatti la Bellonci, nonostante sia un’autrice capace e di successo, riesce a vincere soltanto nel 1986, anno della sua morte e vent’anni dalla fondazione del premio. È un’anatema molto diffuso e che colpisce tutto il sistema editoriale italiano diffondendosi in tutte le sue diramazioni: l’incapacità di riconoscere il talento femminile. Le donne che lavorano in questo campo rappresentano un eccezione, una percentuale irrisoria, qualcosa di straordinario e di memorabile. I loro colleghi occupano uno spazio maggiore in cui godono di libertà e meritocrazia, mentre le romanziere lottano per conquistarsi un posto e lo devono fare rispettando le aspettative degli editori. Una divario concreto ed evidente simboleggiato dal fatto che nei programmi scolastici italiani le donne non compaiano nemmeno da vincitrici di un Nobel.
Il premio Strega è il sintomo di una malattia cronica del sistema letterario italiano. Nei suoi ottant’anni di storia sono state solo dodici le scrittrici vincitrici e, per la maggior parte, nomi noti da decenni in questo ambiente. Per esempio, Elsa Morante, la prima a raggiungere il riconoscimento, scriveva da decenni ed era perfettamente inserita nel circolo dei grandi scrittori; riesce a pubblicare il suo primo romanzo solo grazie a Natalia Ginzburg, seconda ad alzare la bottiglia, collaboratrice della casa Einaudi. Colonne portanti delle letteratura novecentesca italiana che non vengono considerate alla pari dei loro corrispettivi maschili di cui sono spesso solo muse e compagne.
La Narrativa che Vince
Coloro che riescono a conquistare il premio, forse inconsapevolmente, lo fanno attraverso una precisa narrativa. Infatti, tutti i romanzi vincitori hanno come protagoniste donne o vicende strettamente legate ad esse. Leggendo le trame si conclude che vincono solo quando trattano di vicende autobiografiche, di personaggi storici, di legami e difficoltà in rosa. Se ne deduce che un’autrice può avere successo solo quando la storia si svolge all’interno di sfera femminile accetta da editori e critici, ovvero devono parlare solo di argomenti “da donne”.
La malattia del sistema letterario italiano altro non è che una manifestazione del sessismo profondamente radicato nella società italiana. Nel campo umanistico, in particolare, è insita da secoli la credenza secondo cui occuparsi di letteratura è un lavoro per gli uomini, ma è una passione per le donne. Per questo il sistema difficilmente le accetta e le riconosce per il loro impegno e per il loro talento ed è soprattutto per questo che le facoltà delle humanitas, da quando hanno una prevalenza femminile fra gli studenti, hanno iniziato a perdere di valore agli occhi della società. In questo sistema, al momento, esistono solo due strade: accettare un eterno secondo posto giocando secondo le regole o essere sminuite per un lavoro per cui un uomo viene elogiato.
Il Premio Strega porta con sé una maledizione legata al suo nome e alla leggenda che ha contribuito alla sua fama. In un crudele gioco, in un ripetersi perpetuo degli schemi sociali, le scrittrici lasciate ai margini dell’ambiente letterario e accettate solo in pochissimi casi non sono che la trasposizione contemporanea delle janare perseguitate e accolte solo quando il beneficio era maschile. Questa, però, è anche una storia di resistenza perché, alla fine, le streghe sono sopravvissute nel tempo e sono diventate l’amato simbolo dei territori da cui erano state cacciate.



