DALLAS COWBOYS CHEERLEADERS: le streghe con i ponpon 

Sul ritmo incalzante di Thunderstrack degli AC/DC, iarda dopo iarda, le cheerleaders texane cancellano l’immagine stereotipata delle ragazze ponpon. Non più ingenue e innocenti o popolari e diaboliche, ma ballerine professioniste e lavoratrici instancabili in un’ambiente fortemente maschilista che dimostrano che la sorellanza è la vera chiave per il cambiamento

La terza stagione di “Dallas cowboys Cheerleaders: American sweethearts”, uscita sulla piattaforma Netflix il 16 giugno, rivela il cuore di una squadra spesso lasciata ai margini ed etichettata come contorno delle partite di football. Seguendo il complicato e durissimo processo di selezione per il team la serie affronta tematiche importanti come il salario, la salute mentale e fisica, il potere dei social media e l’amicizia e il sostegno fra amiche e colleghe. Dietro ad un trucco irremovibile, una divisa impeccabile e i capelli perfetti emerge una generazione di sportive che sta riscrivendo le regole per chi verrà dopo di loro. 

La parola “eredità” è quella che meglio racchiude la storia e lo spirito delle DCC: più di mezzo secolo in cui si sono tramandati costumi, tradizioni e regole di generazione in generazione. Per il Texas si tratta di una istituzione che ha accompagnato e ispirato centinaia di bambine fino a diventare un’aspirazione di vita per molte loro: far parte della squadra migliore e più conosciuta del football americano. Proprio per questo attaccamento alle radici e al retaggio culturale i cambiamenti al suo interno sono osteggiati e lenti nel nome della preservazione.

15 dollari all’ora per un sogno

Questa politica conservatrice è emersa quando le veterane hanno iniziato a chiedere un aumento salariale. Dodici ore in campo con pochissime pause, almeno tre allenamenti settimanali, impegni mediatici, campi di allenamento per i bambini e spettacolo del Ringraziamento e di Natale per soli 15 dollari all’ora. Dato che lo stipendio americano medio è il doppio, molte ragazze erano costrette ad avere altri lavori al di fuori dal campo talvolta anche stancanti ed impegnativi come infermiere o insegnanti. Le esperte si sono scontrate con i vertici e con le cheerleader storiche che le hanno accusate di ingratitudine e di ingordigia.

Infatti, portare la divisa, secondo loro, è un onore così grande che nessuna cifra potrà mai eguagliarlo e nessuna paga potrà mai essere più importante della realizzazione del loro più grande desiderio. Charlotte Jones, figlia del proprietario del marchio Dallas Cowboys, ha affermato che  dovrebbero essere riconoscenti per questa opportunità soprattutto perché non esistono molte posizioni così ben retribuite nel mondo della danza. Le veterane, però, hanno deciso di continuare la loro lotta consapevoli che la realizzazione di un sogno non equivale all’accettazione di condizioni lavorative indegne. Sfruttando la popolarità dello show sono riuscite ad ottenere un aumento del 400%  di cui, però, non hanno beneficiato, ma il suo valore è nell’eredità che hanno lasciato: “adoro aver contribuito a migliorare le cose per quelle che seguiranno anche se io non ne trarrò beneficio”. 

Corpi sotto pressione

L’ambiente della danza può essere spietato sia per la salute mentale che fisica e il mondo delle DCC non fa eccezione. Ogni anno veterane e rookie devono sottoporsi ad un difficile iter di selezione che richiede grandi capacità tecniche ed espressive e un lungo training camp dove devono dimostrare di avere tutto ciò che serve per entrare in squadra. La pressione aumenta durante la stagione quando i ritmi diventano incalzanti e la paura del fallimento si accompagna a quella degli infortuni e al costante giudizio mediatico. Un bomba ad orologeria  che ha spinto molte ragazze in vortici autodistruttivi come i disturbi alimentari e a sviluppare sindromi dell’impostore o depressioni. La consapevolezza dell’importanza del benessere mentale ha portato la nuova generazione di ballerine a chiedere una maggiore attenzione sui comportamenti e atteggiamenti dei loro superiori.

La costante pressione di un loro giudizio e i commenti passivo aggressivi contribuivano a sedimentare paura e senso di inferiorità. Con l’avvento della serie e la sua popolarità  si sono aggiunti i commenti mediatici spesso espressi da incompetenti che rendevano il sogno di una vita in un incubo ad occhi aperti. È stata nuovamente l’unione delle ragazze ad aprire gli occhi a coreografi e capi e a chiedere un cambiamento significativo per il benessere generale perché la pretesa delle perfezione non deve equivalere ad un trattamento ostile e irrispettoso della loro professionalità. 

Tradizione, patriarcato e divisa

Nonostante i miglioramenti e le lotte che in questi ultimi anni sono stati portati avanti l’organizzazione e la realtà delle DCC presenta ancora molte controversie. Essendo una squadra texana la mentalità ha radici profonde nel “Southern ways” da molti considerato conservatore e bigotto. Il patriarcato è inserito perfettamente in un sistema che si giustifica con le sue tradizioni e la sua storia. Si tratta di una realtà difficile da comprendere soprattutto per gli spettatori europei e che al di là delle differenze culturali finisce per danneggiare la squadra stessa. Ballerine professioniste, laureate e lavoratrici costrette in un’immagine patinata, in una divisa che non possono cambiare per un anno intero, impegnate in coreografie pericolose che portano molte di loro ad operazioni e a dolori continui e a modellarsi per poter rispettare i canoni caratteriali dei “tesori d’America” perché non si possono esprimere liberamente senza perdere il fascino della brava ragazza. 

Sorellanza contro il copione

La bellezza di questa serie e di questo team non è insita nelle capacità o nelle coreografie, ma nel rispetto e nell’amore che queste ragazze hanno l’una verso l’altra. Forse non intenzionalmente le DCC hanno fatto crollare uno dei pilastri del patriarcato: quello secondo cui le peggiori nemiche delle donne sono loro stesse e che in un’ambiente lavorativo femminile sia impossibile trovare armonia e collaborazione. L’unione “del sesso debole” ha sempre spaventato gli uomini  che hanno cercato in tutti i modi di contrastarla spingendole in contrasti e in contrapposizioni e rendendole nemiche. La gioia sincera, l’aiuto reciproco, un sistema di supporto forte, il contributo per la squadra e l’empatia che dimostrano attraverso momenti di serenità e burrasca dimostra che l’alleanza femminile è qualcosa di raggiungibile e di efficace. 

Riscrivere le regole del campo

Le cheerleaders sono state rappresentate in film e libri come caricature satiriche che ne evidenziano i peggiori difetti e rendendoli verità assoluta. Divenute uno stereotipo da romanzo rosa nonostante l’impegno e le capacità fisiche e tecniche che le rendono professioniste a tutti gli effetti. Agli uomini si perdonano comportamenti scorretti e spesso accuse giudiziarie in quanto atleti, in particolare nei college americani dove esiste una vera e propria omertà della cultura dello stupro per questi talenti, mentre alle donne non viene perdonato nemmeno il più piccolo sgarro dalle regole prestabilite dalla società.

Le Dallas Cowboys Cheerleaders stanno riscrivendo le regole della loro disciplina dimostrando di avere le stesse doti, la stessa importanza dei giocatori di football attraverso l’impegno e il rispetto reciproco. La loro sorellanza  ha rivoluzionato non solo il loro ambiente e la loro immagine, ma ha anche costruito fondamenta sicure per coloro che le seguiranno per dare loro un futuro più radioso. 

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Giu 27, 2026

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