Babydoll license: Olivia Rodrigo e i nuovi codici morali

A poche ore dall’uscita del nuovo album di Olivia Rodrigo, “You seem pretty sad for a girl so in love”, la polemica del “babydoll” non si è ancora placata. Discussioni, difese e accuse popolano il web portando alla luce una problematica che si spinge ben oltre al panorama musicale e al mondo dello spettacolo e che scuote i codici morali e sociali del nostro tempo

La faccenda prende avvio nella maestosa cornice della Reggia di Versailles dove Olivia Rodrigo ha deciso di registrare il video per il suo nuovo singolo “Drop dead”. Se la Maria Antonietta di Sofia Coppola correva lungo i corridoi con le scarpe di Manolo Blahnik e gli Strokes in sottofondo, Olivia balla con il suo walkman indossando un baby-doll di Chloè. Una scena quasi familiare. Una ragazzina che ascolta musica e si strugge d’amore nella sua camera da letto, che aveva riscosso una risposta positiva dalla maggior parte del pubblico.

La svolta avviene l’8 maggio in occasione del Spotify Billions Club live di Barcellona. Qui la perfomer si è presentata con un outfit simile a quello del videoclip. Questa volta firmato Génération78, suscitando, però, una reazione diversa. È stata accusata di sessualizzazione infantile e, in generale, di promuovere un’estetica da Lolita. La polemica si concentra, in particolare, su un momento del concerto dove la cantante ha leggermente sollevato l’abito in una maniera che è stata definita come provocatoria. Gli opinionisti dell’internet non hanno criticato l’artista per il gesto, la cui sensualità è opinabile, ma per l’outfit che indossava mentre lo faceva ovvero un minidress che molti hanno ritenuto infantile.

Quando l’infanzia diventa taglia unica

La polemica si infittisce all’interno di una discussione molto più ampi e complicata di un semplice stage costume ovvero quello della sessualizzazione  infantile. Negli ultimi anni la società ha notato che il mercato ha iniziato a produrre e a vendere abiti non adatti alle esigenze dei bambini e che li rendono dei piccoli adulti. Questa nuova tendenza colpisce soprattutto le femmine. Queste non solo vengono inserite in determinati canoni di bellezza sempre più precocemente, ma vengono anche rese vittime di sguardi ed intenzioni sbagliate. Il discorso è ampio, difficolto e non scioglibile in questa sede perciò è meglio spostarsi sulla seconda accusa mossa alla cantante statunitense.

L’estetica Lolita fa riferimento erroneamente all’omonimo romanzo di Nabokov dove la protagonista, Dolores, è vittima delle attenzioni malate del suo patrigno. L’adattamento cinematografico ha contribuito alla costruzione di una narrativa dove giovani ragazze innocenti, in babydoll e calzettoni, vengono introdotte al mondo del sesso. Nel tempo si è sviluppata una vera e propria estetica “infantile”. Questa prevede miniabiti, trecce e codini, pizzo e cotone bianco che è stata estrapolata dall’ambiente in cui nasceva. Infatti, era lo sguardo del narratore, il patrigno, a rendere sensuale gli abiti e gli atteggiamenti di Lolita. 

Proprio su questo punto si è concentrata la risposta di Oliva Rodrigo intervistata da Popcast, il podcast del New York Times. L’artista difatti ha affermato <<It shows how we really normalise pedophilia in our culture>> . Difendendo la propria scelta sottolinea come le critiche siano state mosse sulla base dell’antico principio per cui l’outfit è una concausa della violenza. È l’abito ad essere sbagliato o lo sguardo di chi lo associa al sesso? Ancora una volta il giudizio si sposta dall’imputato alla vittima. Che sia adulto o infante i vestiti non possono essere ritenuti un’attenuante al perpetratore. <<It’s just the rethoric that we’re are fed as girls since we are so little which is like don’t wear that because a man is going to sexualise your body and it’s your fault>>. Ha continuato ribadendo il concetto.

Un vestito con cento vite: da Olivia Rodrigo a Lana Del Rey

Con molta probabilità il cuore della diatriba non è il vestito ma la persona che lo indossa. Infatti, il baby-doll da decenni é diventato ben più di un indumento per bambine. Negli anni del razionamento bellico si è trasformato in un completo per la notte salva stoffa, per poi tramutarsi in simbolo di ribellione per le giovani sessantottine fino a giungere agli anni Novanta dove rappresenta la contrapposizione fra femminilità e grunge. Una lunga storia che ha visto grandi dive indossarlo come Jane Birkin, Twiggy e Courtney Love fino ad approdare al presente. Lana del Rey lo ha reso egida della sua estetica American way of life, mentre in tempi più recenti Sabrina Carpenter lo ha reinserito nella sfera notturna. In nessuno dei casi elencati, però, ha creato scalpore o polemiche come nel caso di Oliva Rodrigo. 

Emerge così il cortocircuito dell’intera faccenda. Nei casi sopra citati veniva accettato non solo perché queste artiste rientrano nell’immaginario della “bambolina sexy” ma anche perchè parlano esplicitamente di sesso. Se prendiamo il caso della Carpenter si nota come il suo aspetto rispecchi l’ideale classico sessuale della pin up americana. Il personaggio che ha creato è libero e indipendente all’interno della sfera sessuale e il suo uso del baby-doll nelle scenette “spinte” sul palco non turba in alcun modo lo spettatore. 

La trappola della brava ragazza

Al contrario, Olivia Rodrigo è restata vittima del suo successo giovanile con l’album Sour. Il singolo Drivers License  spopola quando è ancora a scuola ed è sotto contratto con Disney e contribuisce a plasmarne il ritratto della brava ragazza. Le critiche erano già arrivate quando aveva convogliato la rabbia da ventenne in Guts e sembra che il nuovo album sia la ciliegina sulla torta di una crescita che la società non sembra accettare. È rimasta bloccata nel narrativa Sandra Dee che le è stata cucita addosso e che non le permette di atteggiarsi come le sue colleghe. Nel momento in cui indossa un minidress finisce per rappresentare una ragazzina e non una donna di ventritre anni consapevole della propria sensualità. 

Insediata in quella che, a prima vista, poteva essere un’inutile discussione vi è una concatenazione di pregiudizi, aspettative, legittime preoccupazioni e conservatorismo che raccontano la nostra arzigogolata società. È uno specchio che riflette le difficoltà del genere femminile. Vittima preferenziale di accuse e critiche, nelle proprie scelte sempre accompagnate da una giustificazione alla pubblica opinione. È l’eco del prezzo del successo per le donne, mai scontato e mai definitivo, sempre discusso e tremolante. Una salita sempre ardua e scivolosa, dove ogni passo falso può comportare una caduta, e dove la seggiovia è riservata solamente agli uomini. 

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Giu 13, 2026

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