Il grembiule fa la strega: da uniforme di lavoro a lussuoso simbolo di lotta

Grembiuli macchiati, mani sporche, erbe sparse sul tavolo. Quando si pensa ad una strega sovviene alla mente più o meno questa immagine. Ed è proprio qui che senza accorgersi di nulla si crea un’associazione, quella che in maniera indelebile una narrazione costruita ha tracciato per noi. Un racconto magico dove l’abito da lavoro diventa apparato estetico di una figura prossima al demoniaco. In quell’esatto punto in cui realtà oscura e fantasia coincidono tanto da non lasciar intendere se si parli di storia o di leggenda

L’immaginario della fattucchiera è inevitabilmente associato a miti e racconti inventati, soprattutto quando si collega a poteri incomprensibili agli uomini che non sono in grado di individuarne l’origine. Raramente ci si chiede se quest’interpretazione, che per quanto documentata ha pur sempre alla base un implicito pregiudizio, sia semplicemente legata ad un senso di paura. Una paura non dettata dall’effettiva presenza di mostri, ma dalle donne come custodi di saperi che spaventano a tal punto da renderle orride creature da sfuggire. 

Per secoli l’uniforme femminile ha avuto alcuni elementi chiave, dati anche dalla tipologia di lavoro che veniva da loro svolto, soprattutto durante il Medioevo. Ampi mantelli, tessuti pesanti, grembiuli con tasche si accompagnavano a colori scuri, macchie di tintura, odore di erbe, ad indicare un sapere tanto magico da essere curatore. Ma questa magia risiedeva soltanto nelle capacità, al genere maschile sconosciute, di utilizzare elementi soprattutto naturali come base di un mestiere capace di restituire dignità alle emarginate. Le invisibili curatrici dell’età oscura salvavano vite senza compenso. Mescolavano le proprietà di diverse piante medicinali, intrecciavano tessuti con mani abili e veloci, accompagnavano i bambini nella loro venuta al mondo. Erano streghe che facevano da trasformatrici, da traghettatrici di uomini e di materia, permettendo al ciclo dell’esistenza di permanere nel tempo. 

Le donne come curatrici e trasformatrici

I loro compiti erano mutevoli ma sempre legati strettamente a quella grande madre originaria,  simbolo allo stesso tempo di appartenenza e di esclusione. Per quanto magica potesse essere la cura da loro fornita, per quanto elaborati potessero essere gli abiti da loro confezionati, la loro presenza era impercettibile, quasi data per scontata. Per secoli e secoli hanno tentato di farsi riconoscere, ribellandosi attraverso lotte e riunioni, che hanno trascinato dal Medioevo fino ai giorni nostri. Nel momento esatto in cui le loro abilità sono diventate tanto forti da essere necessarie, da non poterne più ignorare la potenza e la rivoluzione. Quando quel timore di ricevere da loro maledizioni o di non comprendere l’origine della loro sapienza ha cominciato a crescere, allora sono diventate megere.

La ricerca di una nuova identità

Quei grembiuli che prima avevano sorretto unguenti dalle proprietà benefiche, sono divenuti sinonimo di sciattezza. I mantelli che le aiutavano a ripararsi dal freddo si sono trasformati in segnale per condurle al rogo. Gli uomini hanno cominciato a studiare la medicina, volendo prendere in mano il potere salvifico che l’olistica delle donne non era più in grado di soddisfare. Sono state sporcate in senso letterale e metaforico, nelle mani, nel volto, sotto le unghie. Sono state isolate alla casa, al buio, all’oscurità. Finché in loro non è rinata questa necessità essenziale di determinare la propria esistenza a prescindere da qualsiasi attributo assegnatogli.

Inizialmente costrette ad omologarsi, ad indossare tute disegnate per il corpo maschile e a vestire quei panni di chi per tempo le aveva escluse e ora aveva bisogno di loro. Complici inconsapevoli di quello sfruttamento, avvenuto durante le due guerre mondiali, che le aveva viste sedersi in postazioni fino a poco tempo prima proibite. Necessarie sostenitrici di un’economia di Stati le cui leggi rendevano la loro esistenza ancora più fragile. Al ritornare degli eserciti di nuovo escluse, perché più forti e capaci nel salire quella gerarchia di scala che le vede ancora posizionate all’ultimo posto.

Hanno indossato tailleur, confezionati da sarti per uomini per provare ad indicare, attraverso giacche con ampie spalle e pantaloni, una sembianza di parità in quel gioco di potere costante. Alla ricerca permanente di un’estetica che le assimilasse al corrispettivo maschile, per liberarsi da quei lacci stretti, per molto tempo, troppo forte che le avevano classificate in quanto streghe non in quanto lavoratrici. Così hanno cercato di rendere omaggio alle proprie antenate, finché non si sono accorte che il miglior modo era ricordarne le sembianze, riprendendo quei tessuti che per decenni le avevano rese inarrivabili, anche senza riconoscimento. 

Dall’emarginazione all’aspirazione estetica

Attraverso una reinterpretazione di quegli elementi che ne distinguevano l’unicità nello svolgere un’opera. Dal lino grezzo dei loro abiti, duri e sempre stropicciati, a capi rammendati per mancanza di denaro, sono ritornate. Hanno appeso al chiodo quella necessità di omologarsi per essere accettate, hanno lasciato cadere le maschere che ne occultavano i volti. Quel fascino segreto delle abilità manuali ha ripreso ad essere per loro ispiratore, si sono fatte carico di quel pregiudizio e di quell’esclusione trasformandoli in elementi lussuosi. E mentre sugli schermi si susseguono volti di chi piega questa rilettura a una narrazione tradizionalista, dove il sacrificio femminile continua a essere celebrato come implicito atto di cura e d’amore. Nelle passerelle torna a sfilare quella schiera di donne, pronte a restituire dignità a vite che la storia raccontata da uomini aveva tentato di cancellare. 

Così le maghe dagli abiti sporchi diventano modelle con grembiuli in pelle, trasformano l’emarginazione in singolarità e aspirazione. Non più appartenenti a congreghe riunite alla luce soffusa di candele, ma protagoniste di un mondo che necessita di rivoluzione, dove l’invisibilità diventa splendore. Dove pizzi, nastri e tessuto svolazzante si incrociano con tute intere, grandi tasche e scarponcini, ad individuare testimoni ribelli, femministe uscite dalla grotta dell’esclusione. 

Il grembiule secondo Miuccia

Lo sa bene Miuccia Prada che nella collezione Spring/Summer 2026 di Miu Miu, “At Work”, ci racconta una donna in una sfida continua. Attraverso grembiuli semplici e lineari, a coprire abiti prettamente dall’impronta e dalla tradizione maschile, reinterpretati a simboleggiare il contributo essenziale del ruolo delle donne nella storia. Impegno e dedizione sono alla base di un’esistenza che fa del lavoro la sua cifra, letta attraverso diverse sfumature. Qui, abiti in popeline dalle fantasie floreali, si contrappongono ad accessori da cucina in pelle, che si fregiano di ruches nella parte superiore.

Così anche le borse diventano capienti e “Utilitarie”, per portare peso e attrezzi di un mestiere non inteso nel senso tradizionale del termine. L’ispirazione è vintage, di un old a cavallo tra gli anni Cinquanta e i film western. Qui i codici della moda si fondono. Giacche in pelle strutturate, cinture in suede e sabot con fibbia si lasciano sovrapporre e confondere da cardigan in maglia, gonne midi e crochet. Il tutto adornato da foulard in seta e occhiali futuristici.

Rigenerazione di un archetipo

Al centro non ci sono più i connotati negativi dell’abbigliamento delle lavoratrici. Non c’è abbrutimento o catalogazione. Quell’odore acre delle mani segnate dal maneggiare di tinture, diventa un profumo floreale ed etereo. I materiali cambiano, si fanno più pregiati. Il lino grezzo è sostituito dal cotone, la pelle viene ad unirsi al drill industriale e alla seta, senza estrapolare quegli elementi che nel tempo hanno acquisto un significato immateriale.

Attraverso la cancellazione delle macchie dei secoli di persecuzione si produce una riflessione ricca di significati, che dimostra come l’approccio delle donne al mondo del lavoro sia cambiato. Come quelle figure sono state private della capacità cognitiva e relegate a ruoli che ne hanno cancellato la memoria, dando per scontato che si sarebbero condotte nel dimenticatoio. Si tratta di un momento in cui i singoli capi perdono il loro aspetto funzionale e diventano contenitori di una moltitudine di esistenze ereditate attraverso le generazioni. 

La tela grezza ricamata, le rouches, i colori accesi, le pettorine, i motivi floreali e il traforato si uniscono a celebrare una reinterpretazione moderna di quell’artigianato di cui il genere femminile è antico custode. Il completo da ufficio, gonna e giacca, diventa un omaggio ad una figura mistica e creatrice. I colori scuri, come il blu e il verde delle divise, si tingono con sprazzi di rosa, rosso e giallo. Il bianco e i dettagli luminosi non spaventano, perché ora le streghe camminano alla luce del sole e tra le stelle della notte. Nella prospettiva di un passato che si fa sempre più tangibile, la materialità diventa dolcezza, e poi nuovamente materialità per combinare sentimenti domestici e quella forza che dà prova di una dignità umana dettata dalla capacità di scegliere liberamente. 

Nell’unirsi atemporale dei cambiamenti dell’occupazione femminile, l’omaggio è alle streghe che hanno resistito, liberandosi di quella patina che le celava dietro il pregiudizio. Così la riflessione si fa profonda, si insedia in quell’intercapedine che separa l’autodeterminazione dalla tradizione. Per restituirci, attraverso gli stessi capi, quel potere che per secoli ci hanno sottratto. 

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Giu 6, 2026

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