Tra declino dell’editoria, estetica svuotata e culto del consumo: il ritorno di Runway nell’epoca della sua stessa decadenza

Era il 13 ottobre 2006 quando, in Italia, veniva proiettato per la prima volta Il Diavolo veste Prada, il film diretto da David Frankel e basato sull’omonimo romanzo del 2003 di Lauren Weisberger. A quasi vent’anni dalle loro iconiche interpretazioni nei panni di Miranda, Andy, Emily e Nigel, Meryl Streep, Anne Hathaway, Emily Blunt e Stanley Tucci tornano sul grande schermo per regalarci il sequel di uno dei cult movie più longevi della storia e ridare vita agli uffici di Runway.
«Io e gli altri filmmaker abbiamo iniziato a parlare della possibilità di realizzare un sequel subito dopo l’uscita del primo film, ma ci sembrava di aver raccontato una storia a sé stante. Alla fine, i personaggi avevano preso strade diverse e, francamente, non volevamo realizzare un seguito se non fosse stato plausibile riunirli. Poi, il mondo del giornalismo cartaceo è cambiato. Il mondo è cambiato.» Racconta il regista David Frankel, che prosegue: «Per mettere le cose in prospettiva, il primo iPhone è uscito soltanto un anno dopo il film e penso che quello sia stato, in qualche modo, l’inizio della fine. E mentre vedevamo il giornalismo cartaceo entrare sempre più in declino anno dopo anno, ci sembrava sensato esplorare questo cambiamento e sviluppare una storia in cui questi personaggi finissero nuovamente per interagire».

Runway e la fine dell’illusione editoriale
Lontano ormai dagli antichi fasti dell’Olimpo della moda, “Il Diavolo veste Prada 2” restituisce una visione quasi apocalittica del mondo dell’editoria, in cui il giornalismo di moda sembra essere morto. La temibile Miranda, cinica e spietata, viene qui presentata come una figura in declino, quasi una “pentita” della moda: vittima dei cambiamenti del tempo, è costretta ad adattarsi — in modo persino umiliante — ai nuovi schemi imposti dal presente, tra politicamente corretto, tagli di budget e articoli che sacrificano la qualità a favore della viralità, delle visualizzazioni e dei titoli acchiappa-like. Tutte dinamiche introdotte dall’avvento dell’online, che ha inferto il colpo di grazia alla carta stampata.
Se nella prima parte il film descrive con una certa accuratezza la crisi che ha colpito il giornalismo di moda, nella seconda non mancano colpi di scena che finiscono per ridicolizzare e banalizzare i professionisti del settore. Ancora una volta emerge l’immagine di un mondo superficiale ed effimero, popolato da arrampicatori sociali che, pur di ricevere in dono una preziosa collana di Tiffany o garantirsi la direzione di una prestigiosa rivista, sarebbero disposti a sposare uomini mediocri e dalla discutibile attrattiva.
Se da un lato il film mette in scena una delle grandi verità del nostro tempo — ovvero che i grandi capitali sono oggi in grado di influenzare e acquisire i gruppi editoriali — dall’altro restituisce un’immagine delle professioni della moda che non corrisponde del tutto alla realtà. Dietro abiti e accessori firmati, molto spesso si dimenticano le ore di studio, i sacrifici, i salari ridotti e una quotidianità ben lontana dall’immaginario patinato fatto di viaggi in prima classe e flute di champagne.

Narrazioni stereotipate
Consapevoli che si tratti di una commedia pop, il cui scopo è alleggerire e intrattenere lo spettatore — e non certo restituire dignità a una classe di lavoratori — resta comunque il dubbio che questa rappresentazione finisca per rafforzare stereotipi ormai logori. Perché, in fondo, se i giornali non avessero ceduto alle logiche degli investitori, se gli stylist avessero rifiutato certe dinamiche imposte dai brand, e se molte riviste indipendenti fossero rimaste realmente tali, oggi non saremmo qui a parlare del declino dell’impero di Miranda Priestly. Forse, a comprenderlo fino in fondo, è stata anche Wintour che, dopo anni, ha deciso di lasciare la direzione di Vogue America, contribuendo in qualche modo a preservare quell’aura mistica e quasi trascendentale costruita nel tempo.
Moda, icone e provincia del lusso contemporaneo
Ed è proprio all’interno di questo sistema in trasformazione che anche l’estetica del film finisce inevitabilmente per cambiare, perdendo parte della sua forza simbolica. Sarebbe, inoltre, impossibile non parlare di look quando si affronta Il Diavolo veste Prada. Chi non ricorda il maglioncino ceruleo o il completo Chanel indossato da Andy nel momento in cui sboccia definitivamente come una vera fashion addicted?
L’assenza della storica costumista Patricia Field è però tangibile. Nonostante il grande sforzo di Molly Rogers — sua storica collaboratrice e partner creativa in numerosi progetti — la narrazione stilistica sembrerebbe non essere così vincente come in passato. Sebbene Rogers sia la prima ad ammettere che la sua inclinazione naturale sia quella di “mettere una borsetta a forma di piccione addosso a qualcuno e creare un momento fashion” — riferimento al discusso look di Carrie Bradshaw in And Just Like That (2023) — il suo obiettivo per “Il Diavolo veste Prada 2” era dichiaratamente diverso: portare avanti l’eredità del primo film attraverso una costruzione stilistica senza tempo. «Le cose non dovevano essere parte di un trend», afferma. «Ho dovuto rinunciare a capi che sapevo non avrebbero resistito nei prossimi vent’anni, per quanto mi costasse restituirli. I look dovevano durare nel tempo».

Il risultato non riesce però a restituire la stessa forza iconica del primo capitolo. I look, infatti, appaiono più deboli e, in alcuni casi, persino fuori contesto. Ma a non reggere il confronto con il primo film non è nemmeno il cameo di Donatella Versace, che non riesce a eguagliare quello di Valentino, l’Ultimo Imperatore della moda scomparso recentemente. Nemmeno la première di Milano convince. Quest’ultima appare infatti decisamente sotto tono rispetto a quelle organizzate nelle altre città, che hanno visto la presenza del cast e di numerosi protagonisti del mondo della moda. A Milano, invece, ci si è dovuti accontentare di una sfilata di personaggi nostrani, restituendo l’impressione di un evento più vicino a un contesto provinciale che a una capitale della moda.

Ma, nonostante alcune criticità — che forse risaltano solo all’occhio di chi la moda la vive quotidianamente — il pubblico attende l’uscita de “Il Diavolo veste Prada 2” con trepidazione, quasi in un delirio collettivo. Sono infatti in moltissimi, nelle ultime ore, a mettersi in fila a Milano, in Piazza Giovine Italia, per accaparrarsi una copia della patinata Runway, che con molta probabilità sarà poi rivenduta a cifre che sfiorano il paradosso su Vinted, proprio come accaduto pochi giorni fa con le lattine omaggiate da Gucci durante la Milano Design Week.
Eppure, a decretarne il successo sarà proprio il grande pubblico. Sorge quindi spontanea una domanda: avevamo davvero bisogno di un sequel o potevamo continuare a vivere nel ricordo di un film che ha segnato intere generazioni?
Photo courtesy Disney Italia.



