Una passeggiata nel parco diventa performance visiva nella nuovo show di Dior per l’autunno/inverno 2026-27. Jonathan Anderson parte proprio dalla storia dei Jardin des Tuileries e da ciò che rappresentano culturalmente e sociologicamente per i parigini. La collezione supera i codici vestimentari legati allo status imposti da Luigi XIV per accedere ai giardini in favore di un nuovo “vestire” psicologico

Una seduta verde in ferro battuto, la natura che risplende sotto le prime luci della primavera e lo scroscio delle fontane che hanno visto passare reali, nobili e persone comuni. Les Jardin des Tuileries diventano il centro della narrazione della nuova collezione di Dior per l’autunno/inverno 2026-27. Lo show della maison, che canonicamente viene presentato sì all’interno dei giardini ma in una struttura coperta, si sposa fra le ninfee de Le Bassin Octogonal. La location si erge su strutture in ferro verde e vetri ricordandoci proprio le sedute che i parigini possono spostare a proprio piacimento all’interno del parco. E così tutta la narrazione della sfilata si sposta dall’interno all’esterno, dall’esclusività di un certo ceto sociale alla collettività comune. Jonathan Anderson ci racconta l’evoluzione sociale che i Giardini di Tuileries hanno attraversato fin dalla loro realizzazione per volere di Caterina De Medici.

Dal 1667, con l’apertura ufficiale, il re Sole impose difatti un dress code da seguire rigidamente all’interno degli spazi naturali. Nasce così la cultura della “promenade” i cui i protagonisti mettevano in atto una vera e propria performance visiva. La visibilità in questo caso diventava strumento di affermazione del proprio status e della propria potenza econimica. Il concetto di abbigliarsi solo ed esclusivamente per una passeggiata pomeridiana deriva però dalla cultura inglese dalla quale deriva al direttore creativo. Un’unione di idee e concetti visivi che si sposa perfettamente con il nuovo Dior sotto la narrazione di Jonathan Anderson. Quest’ultimo attraverso la collezione si allontana però dal concetto originale del dress code legato ai giardini parigini. La moda contemporanea infatti non rappresenta più uno status d’appartenenza.
La scelta di un capo o di un brand da indossare nel presente è legato strettamente alle sfere psicologiche e dunque rappresenta un’esposizione della propria interiorità. I limiti legati alle imposizioni della società vengono superati e gli abiti di Dior risplendono in un decorativismo gioioso; metafora di una speranza per un futuro più luminoso. Anderson riprende i codici della maison e li dissolve in forme e costruzioni dinamiche e fluide al tempo stesso; come in un ritratto impressionista in cui i confini si dileguano nel colore.

L’arte dell’essere “visti”
All’interno dello show c’è una continua contrapposizione fra la realtà e l’artificio. La stessa location si presenta come un parco all’interno del parco ed espone tutti gli inviati attraverso metri e metri di vetrate. Ognuno diventa spettatore e protagonista degli sguardi altrui. Proprio come chi osserva, gli abiti della collezione si lasciano guardare senza sottrarsi alla spettacolarità che si può trasmettere solo nella creatività più autentica. Grandi protagoniste della collezione, le classiche giacche Bàr vengono reinterpretate attraverso nuovi tagli, tessuti e texture tridimensionali. Dalla lana allo chiffon ricamato sino al raso di seta stampato e arricchito da piume di struzzo colorate. C’è inoltre un chiaro riferimento alla reinterpretazione di questo capo iconico di John Galliano nella collezione SS 1998. La silhouette della giacca resta la medesima ma riporta il collo a montante e un’esplosione di volume sul retro, a mo’ di Tournure.

I capispalla rappresentano un magistrale esercizio di stile in quanto si dissolvono in linee avvolgenti e fluide. I cappotti diventano abiti da giorno nonostante il cachemire che si mostra leggerissimo. Giochi di balze e drappeggi regalano a questi capi un eclettismo misurato dal forte potere magnetico che ci illustra un gusto parigino, contemporaneo ed elegantemente disinteressato. Il celebre Junon dress realizzato nel 1949 da Monsieur Dior viene reinterpretato nei mini dress, nelle gonne dinamiche coordinate alle giacche e in leggerissimi pantaloni bianchi. Si delinea una grande ricerca nelle texture come nelle camicie di seta stropicciate volutamente, nei tessuti broccati e nei pizzi tridimensionali.
Dinamismo giocoso
L’energia che trasmette la collezione è scandita da un movimento che si ripete in tutta le uscite. Dagli abiti realizzati interamente di fiocchi e nastri a quelli leggiadri realizzati in chiffon plissettato. Ma questa “gioia” creativa si sposta anche sulla decorazione che, rispetto al passato, diventa un linguaggio più complesso per Anderson. E così ritroviamo metri di piume che profilano cappotti o giacche o i pizzi che da un abito emergono tridimensionalmente ricreando un perfetto gioco di prospettive.

I fiori e la flora in generale si insinuano all’interno di questo racconto senza mai sovrastare i look. Oltre alle stampe e ai ricami ritroviamo la reinterpretazione delle corolle nelle balze di abiti e coordinati, ma non solo. Fra il reale che diventa artificio si fanno spazio spille-ninfee, borse a forma di tartarughe e le calzature realizzate da Nina Christen arricchite dai fiori dei giardini. Jonathan Anderson libera l’heritage di Dior fra il verde dei Jardin des Tuileries in un atto estetico speranzoso e ricco di nuove prospettive stilistiche.
Photo courtesy Dior.



