L’ultimo progetto fotografico di Nicoló Giovannoni ritrae la città di Tokyo in tutta la sua pulsante vitalità, regalandocene scorci freschi e autentici. Emozioni e istinto sono i due elementi che guidano la sua ricerca fotografica, e plasmando il ritratto della metropoli che scaturisce dalle immagini del progetto
Seguire l’istinto per capire che cosa si sta cercando: dietro alla fotografia di Nicoló Giovannoni si cela una ricerca emotiva, un tentativo di catturare l’autenticità di momenti irripetibili. Protagonista del suo ultimo progetto è la città di Tokyo. Turbinii di luci e rumori, alti palazzi, volti infiniti e diversi raccontano l’anima della metropoli nelle sue sfaccettature, filtrate attraverso lo stupore di un occhio che la vive (quasi) per la prima volta. Una Tokyo autentica, giovane, scattata in analogico per renderne appieno la vitalità.
Gli scatti, realizzati nell’arco di qualche mese, confluiscono nelle pagine volume “Love Is a Lonely Thought, Pain Is the Only Feeling”. Dopo aver presentato il progetto a Tokyo, presso la Galleria SO1, Giovannoni rientra in Italia per esporre le sue immagini negli spazi di Miliony Arlekina a Milano. Con il suo racconto, Nicoló ci porta con sé per seguire il filo che lo lega alla fotografia, unico mezzo per cristallizzare nell’eternità attimi ed emozioni destinati a non tornare più.

A. Ciao Nicoló, che piacere poter fare questa chiacchierata. Ti andrebbe di raccontarci la storia dietro alle immagini che fanno parte di “Love is a lonely thought, pain is the only feeling”?
N. Le immagini nascono da un periodo in cui avevo bisogno di vivere qualcosa di vero, senza filtri. Tokyo mi ha travolto: il caldo, il neon, le notti infinite, le persone che incontravo per caso e che sparivano subito dopo. Ho iniziato a scattare quasi come un diario, per non perdere quei momenti che duravano un attimo e poi svanivano. Ero attratto da ciò che si consuma in fretta: la giovinezza, il desiderio, i silenzi all’alba, le connessioni improvvise. Fotografare era il mio modo di trattenerli un secondo in più.
A. Come si è sviluppato poi il progetto, che si è concretizzato nel photobook e nell’exhibiton?
N. La prima volta che sono andato a Tokyo ero con degli amici e scattavo soprattutto loro: la loro privacy, i loro comportamenti, le cose spontanee che succedevano senza pensarci troppo. Non avevo un progetto in mente, volevo solo catturare quello che vivevamo. Ma quel viaggio mi ha aperto una possibilità. Mi ha permesso di tornare nei mesi successivi per lavorare e dedicarmi completamente alla fotografia. Ogni momento libero lo passavo in giro, senza sapere bene cosa stessi cercando: incontravo persone nuove, mi perdevo in quartieri sconosciuti, seguivo la luce, il rumore, l’energia della città. Quando poi ho rivisto tutte le immagini, ho capito che c’era una narrazione naturale, un filo emotivo che univa tutto. Il libro e l’exhibition sono nati così: come il modo più autentico di dare forma a quell’esperienza vissuta senza aspettative.
A. Ci potresti spiegare il significato del titolo? Che cosa vuole raccontare, anche insieme alle immagini?
N. Il titolo è nato in modo totalmente spontaneo. Stavo tornando da Tokyo e in cuffia c’era una canzone — non ricordo neanche quale — in cui una voce maschile pronunciava una frase molto simile. Mi ha colpito subito, come se descrivesse perfettamente quello che avevo vissuto lì. È uno di quei momenti che senti tuoi senza doverli spiegare troppo. “Love is a lonely thought” parla dell’idea dell’amore come qualcosa di fragile, quasi mentale; “Pain is the only feeling” invece è più concreto, più presente. Accostato alle immagini, il titolo crea una tensione che mi appartiene: la parte dolce e quella dura della stessa emozione.

A. Come ti sei avvicinato alla fotografia?
N. Mi sono avvicinato alla fotografia grazie alla cultura skate. Andavo tutti i giorni a Stazione Centrale a skateare e a un certo punto ho sentito il bisogno di raccontare quello che vivevamo lì: i ragazzi, l’energia, la scena giovane che si muoveva attorno a quel posto. Poi ho preso in mano una macchina fotografica e ho capito che con le foto riuscivo a catturare qualcosa di più profondo: i volti, i momenti veri, l’atmosfera. Da lì non ho più smesso.
A. Come si è evoluto, ad oggi, il tuo percorso?
N. Col tempo sono diventato più consapevole, ma ho cercato di non perdere l’istinto iniziale. Prima scattavo senza pensarci, oggi l’istinto c’è ancora, ma è accompagnato da una visione più chiara. Sto lavorando sempre di più sul modo in cui le immagini dialogano tra loro: non penso più alla foto singola, ma alla sequenza, alla storia che si crea. E cerco di spingermi ogni volta un po’ più in là, anche verso cose che mi fanno paura o che non capisco ancora. Credo che crescere significhi proprio questo.
A. Che cosa significa per te scattare immagini? Qual è l’aspetto che più ami del fare fotografia?
N. Per me scattare è tutto. Non c’è niente di meglio che fermare un momento — più di un video, più di qualsiasi altra cosa. La fotografia ha una forza diversa: blocca un istante che non torna più. E poi scattando solo a rullino c’è sempre una parte di mistero. Spesso non so nemmeno cosa sto scattando esattamente. Seguo l’istinto, la sensazione. E quando poi mi tornano i rullini, all’improvviso tutto ha senso. È lì che capisco davvero cosa stavo cercando.

Photo courtesy Nicoló Giovannoni.



