The Store è il terzo grande capitolo della nuova era di Gucci sotto la direzione creativa di Demna e si presenta come il punto di partenza della visione personale de designer georgiano. Se nelle precedenti collezioni l’heritage della Maison era grande protagonista, per la primavera/estate 2027 quei codici estetici vengono assimilati all’interno di nuove prospettive. Fra it-girl, preppy boys e sciure che “possiedono già tutto” scopriamo i volti dei vecchi e nuovi clienti Gucci

Gucci è desiderio e aspirazione. È appartenenza ad un mondo glamour che non ha paura di mostrarsi. È il risultato di idee trasversali che si sono susseguite alla sua direzione ma soprattuto degli sguardi e delle storie della propria clientela. Per questi motivi la venue dello show dedicato alla primavera/estate 2027 diventa il suo tempio più democratico, uno “Store”. Dopo più di anno passato a studiare la storia di Gucci negli archivi di Firenze, Demna di lasciare spazio alla propria visione. La collezione attinge sicuramente alla storia della Maison ma si presenta come un nuovo punto di partenza. Le estetiche di Tom Ford o i mondi di Alessandro Michele diventano sottili scie creative in una collezione fortemente ancorata al reale. E così la location si trasforma in una boutique e i modelli in tutti i clienti che nei decenni ne hanno affollati gli spazi. La riflessione parte dalle origini del brand e dalla storia del suo fondatore che lavorando al Savoy di Londra entrò in contatto con le personalità più disparate.

È lo stesso Demna a parlarne in una nota pubblicata prima dell’inizio dello show: «L’idea di Gucci è nata al Savoy Hotel di Londra, luogo di incontro per aristocratici, artisti, creativi e persone provenienti da mondi completamente diversi. Voglio che oggi Gucci incarni quello stesso spirito: un luogo in cui persone che apparentemente non hanno nulla in comune possano incontrarsi, entrare in contatto e ispirarsi a vicenda. Perché Gucci è uno spazio di possibilità, un luogo dove chiunque può diventare ciò che sceglie di essere.»

The Store: il racconto del nuovo Gucci
La collezione e il cast scelto esprimono a pieno il pensiero di Demna su Gucci e la sua vera essenza. Un conglomerato di stili, attitudini e sfere sociali che si riuniscono in un unico luogo o in alcuni casi in un unico look. Inaspettatamente la prima parte dello show è dedicata interamente alla moda maschile. La silhouette proposta, come in altre maison, si assottiglia nei pantaloni a gamba dritta e dei capispalla formali. In modo sottile vengono inseriti numerosi codici stitici riconducibili al brand. Sui colletti delle camicie compaiono gli iconici morsetti mentre sui mocassini nappe extra realizzate con il bambù.

C’è una sottile sensualità negli it-boy che curiosi entrano nello store fra le camicie sbottonate e le vite basse dei jeans loose. Il punk si fa glamour non solo nel make-up bold ma anche nel tartan presente sia nelle proposte maschili che in quelle femminili. Una citazione alla moda londinese che comprende anche i look preppy dismessi e composti dalle nuove polo a righe o con il web Gucci. Immancabile il tailoring da ufficio con le spalle cadenti ma anche il tocco edonista delle piume di struzzo su una giacca nera.

Dalle party girls alle sciure milanesi
In un interscambio molto fluido entra in scena la donna Gucci che con l’uomo condivide diversi capi e scelte stilistiche. I bomber di pelle con morsetti, la combinazione da college inglese camicia e polo e il mondo sartoriale. In questo caso però la giacca del completo sovrasta le spalle con strutture quasi architettoniche. La sensualità degli ultimi Novante viene influenzata dalla cultura grunge fra top-foulard, gonne plissé tartan e smokey marcati. Il bomber in nylon ha l’aspetto vissuto fra l’oro dei gioielli e il jeans della camicie. Qui le aristocratiche che “hanno già tutto” (come afferma Demna ndr.) indossano le loro pellicce più scenografiche, fili di catene al collo e tacchi vertiginosi. Archetipi delle storiche clienti Gucci che si alternano alle nuove generazioni sfacciatamente glamour fra pizzo, coordinati in seta e mini abiti in pelle. Ma la storia di Gucci passa anche attraverso l’estetica dell’equitazione che in questo caso si riversa nei leggins bianchi abbinati a boots vertiginosi.

La borghesia incontra l’aristocrazia mentre l’eccentricità fa spazio alla formalità urbana. Un crocevia dinamico e libero da qualsiasi target imposto che forse rappresenta il vero lusso di oggi: poter essere ciò che vogliamo. La boutique in questo caso diventa la nuova hall del Savoy dei primi anni del Novecento in una sfilata che del passato riutilizza solo le fondamenta più preziose. Demna ci racconta una visione solida e contemporanea di Gucci senza ricadere nella citazione fine a se stessa. Ogni capo diventa oggetto del desiderio così come i nuovi accessori che comprendono una cintura con tre horsebit o la borsa a spalla a forma di bambù. A chiudere lo show abiti in jersey dalla forte attitudine sensuale che mostrano il corpo tramite cut-out o si lasciano cadere sulla schiena nuda, fermati da una semplice goccia di metallo.

Gucci non ha paura di mostrarsi e attrarre a sè il mondo intero: dai salotti affrescati di un appartamento in Brera fino alle notti glamour di Hollywood.
Photo courtesy Gucci.



