Sfumature estetiche nella società: le nuove ondate subculturali
Uno spazio di libertà, un luogo in cui poter trovare un senso di comunità e di sicurezza per sé e per gli altri. Un percorso di crescita, personale e collettiva. L’espressione “Drag Culture” non fa solo riferimento a quella pratica di espressione artistica e performativa che interpreta uno specifico genere attraverso un aspetto volutamente esagerato nei costumi, accompagnato da un linguaggio e un’attitude specifici. Dietro al mondo Drag si cela molto di più: il valore che esso riveste per chi lo pratica e, a livello storico, per i membri della comunità queer è molto più ampio. La storia del Drag ha radici lontane; alcuni lo ricollegano al Teatro antico o a quello Elisabettiano.
Dal momento che alle donne era proibito recitare, erano infatti gli uomini a interpretare nei teatri i personaggi femminili. Lo stesso termine “drag” viene fatto risalire al contesto teatrale, derivando dal verbo “to drag (trascinare)” che fa qui riferimento al fatto di trascinare sul palcoscenico i lunghi abiti femminili. Tuttavia, il primo a utilizzare il termine “Drag” per indicare le proprie performance in abiti femminili fu il londinese Ernest Boulton, del duo di cross-dressers Boulton and Park, nella seconda metà del XVIII secolo.
La pratica del travestitismo però assume nell’ambito della comunità queer un valore più ampio del semplice atto di recitare una parte, legandosi anche a questioni identitarie. Già verso la fine del XVIII secolo una figura centrale nei network di sodomiti era quella della Molly (dal latino “mollis”, ossia “femminile”) che adottava costumi e attitude vicine all’ambito femminile e aristocratico.Intorno alla seconda metà dell’Ottocento si assiste a un aumento dei locali dedicati alla socialità queer, che organizzano serate in Drag con spettacoli di male e female impersonator.
A Londra attirano particolare attenzione i cosiddetti Drag Ball, dove queenies in abiti femminili e kings in abiti maschili si ritrovano per passare una serata all’insegna della danza e del divertimento. Lo stesso fenomeno inizia a prendere piede anche negli Stati Uniti. A New York, i tre quartieri principali sono Greenwich Village, Times Square e Harlem, sede della cosiddetta “Harlem Renaissance”. I balli in drag, come quello annuale ad Hamilton Lodge, diventano veri e propri eventi sociali. Nel contesto statunitense, una figura fondamentale per la diffusione dei drag ball è William Dorsey Swann, che a Washington organizza meravigliose feste danzanti.
I Drag Ball costituiscono un momento significativo nel processo di coesione e di acquisizione di un senso di identità della comunità queer. Il Drag assume la valenza di un linguaggio comunitario, e uno strumento di sfida verso le rigide norme di genere, attraversando le classi sociali. Proprio in questo periodo si diffonde l’espressione del “fare coming out”, a indicare l’introduzione formale in quella che rappresenta la più grande manifestazione collettiva della popolazione queer. Successivamente, la storia del Drag si intreccia con gli eventi che hanno coinvolto in generale le sottoculture queer. Al periodo di chiusura e repressione che esse subiscono a partire dalla Crisi del 1929, durante la Seconda Guerra Mondiale e poi nel Dopoguerra, fanno seguito decenni in cui la comunità queer si organizza in forme di attivismo politico, esploso con i moti di Stonewall del 28 giugno 1969.
Con l’inizio degli anni Ottanta, la sottocultura queer e il Drag si legano al fenomeno del clubbing e in generale alla Ball Culture e al Voguing. A contribuire alla popolarizzazione di queste sottoculture contribuiscono il singolo “Vogue” di Madonna e al docufilm “Paris is burning” di Jennie Livingston, nel 1990. Con l’arrivo del nuovo millennio, il Drag conosce un nuovo impulso verso la popolarità grazie a RuPaul Drag Race. Il programma televisivo va in onda negli Stati Uniti per la prima volta nel 2009 su LogTv, per poi arrivare anche in Europa con versioni internazionali, contribuendo a portare il Drag nella cultura pop e mainstream.
Oggi, la pratica Drag più conosciuta è quella legata alla Drag Queen – anche se ne esistono altre declinazioni, come i già citati Drag King. In generale, il mondo Drag si caratterizza come una forma di autoespressione creativa, caratterizzata da un forte performativismo. Esso è inoltre organizzato con una strutturazione interna che ruota attorno alle figure delle Drag Mothers, che rappresentano delle mentori il cui ruolo è guidare i nuovi membri della comunità. Si tratta di un vero e proprio universo, caratterizzato da linguaggi e pratiche specifiche, di cui la più nota (grazie a RuPaul) è la Drag Race. Ciò che però caratterizza maggiormente il mondo Drag, rendendolo unico, è proprio il senso di creatività, autoespressione e comunità da cui esso è permeato, e che viene espresso con passione da quanti ne fanno parte.
Klaryssa

Klaryssa, Drag Performer @klr.mtt
A. Come descriveresti il tuo personaggio?
K. Klaryssa è una vera e propria estensione della mia produzione artistica, che coltivo anche out of drag. Come ogni (buona) opera d’arte, faccio fatica ad incasellarla in degli aggettivi che la descrivano. È femminile ma anche maschile (indipendentemente da come si vogliano interpretare i concetti di mascolinità e femminilità), è couture ma anche prêt-à-porter, è terribilmente intellettuale ma anche una cretina. Forse la definizione più appropriata è “una entità fluida e contraddittoria, dove l’unica certezza sono i venti kili di trucco saldamente spalmati sulla faccia”.

A. Qual è il processo creativo che sta dietro le tue performance e i tuoi look?
K. Non ho un processo creativo ben preciso. Mi lascio influenzare da tutto ciò che fruisco in quanto artista e consumatore digitale. I film di Godard e i Tiktok che guardo la sera, prima di andare a dormire, mi ispirano in egual misura. Penso che sia proprio questo continuo mescolarsi di “alto” e “basso” a portare avanti il mio drag. Ovviamente il mio gusto personale mi indirizza nelle mie scelte artistiche. L’insuperabile stagione di Galliano da Dior, la filmografia di John Waters e la produzione artistica di figure come Luciano Castelli, Urs Lüthi e Sin Wai Kin rimangono il mio punto di riferimento, che studio e interpreto costantemente.

A. Che cosa rappresenta per te il mondo Drag?
K. Per me il drag rappresenta principalmente comunità. Per diverso tempo ho sempre utilizzato Klaryssa solo come strumento per produrre opere, privandola e privandomi di tutta la parte ludica e sociale che il drag porta con sé. Quando ho iniziato ad uscire in drag si è aperto un mondo fatto di persone che mi hanno dato supporto, cura e diversi look presi in prestito e mai più restituiti (grazie amə giuro che un giorno riporto tutto).
Lola Killss

Lola Killss, Drag Performer @lolakillss
A. Come descriveresti il tuo personaggio?
L. Lola è inaspettata, sempre pronta a stupire e a giocare con la sua immagine.
A. Qual è il processo creativo che sta dietro le tue performance e i tuoi look?
L. Le mie performance nascono spesso dal caso. Mi lascio influenzare da stimoli molto diversi tra loro e mi piace farli convivere, anche quando sembrano appartenere a mondi completamente opposti. È proprio da questi contrasti che prende forma il mio personaggio, e anche la messa in scena.Le idee possono arrivare davvero da qualsiasi cosa: una canzone, un’immagine, un’opera d’arte, oppure un oggetto trovato per caso in un mercatino. Amo costruire universi attraverso i look, curando ogni minimo dettaglio. Ogni uscita è pensata per stupire, per raccontare qualcosa di nuovo. La mia unica regola? Lola non indossa mai due volte lo stesso look.

Durante i tre anni al Club Plastic ho sviluppato un’estetica molto personale, in continua evoluzione, che non ha paura di mescolare stili diversi. Ogni settimana portavo in scena una Lola diversa: a volte ironica, a volte surreale, a volte elegante — ma mai uguale a se stessa. Da circa un anno ho iniziato una nuova avventura a La Boum, un altro locale storico della nightlife e della comunità LGBTQIA+. Qui ho trovato un nuovo palco su cui far evolvere Lola, sperimentare nuove idee e confrontarmi con un altro tipo di pubblico. Amo questa sensazione di continua trasformazione, come un camaleonte che cambia colore per scoprire nuovi mondi.
Il mio background è artistico: ho studiato teatro, danza e design, e questi tre linguaggi convivono nel mio modo di pensare e costruire ogni performance. Penso sempre in modo “totale”, dal concept al dettaglio finale.Essendo cresciuta in un paese molto piccolo, ho imparato fin da subito ad arrangiarmi con quello che avevo a disposizione. Questa attitudine mi ha insegnato a trovare sempre soluzioni creative, anche partendo da poco.E sì, nei mercati mi chiamano “la pazza del mercato”… ma è perché riesco a vedere immaginari dove altri vedono solo oggetti dimenticati.

A. Che cosa rappresenta per te il mondo Drag?
L. Per me, il mondo drag è molto più di una performance: è uno spazio di libertà, di espressione e di verità. È dove posso essere pienamente me stessə, senza filtri, dove l’identità diventa arte e l’arte diventa messaggio. Fare drag, per me, significa raccontare storie — le mie e quelle di chi spesso non ha voce — con coraggio, ironia e bellezza. È un atto politico, ma anche profondamente personale. È celebrare la diversità, sfidare i limiti imposti dalla società e ricordare che la nostra esistenza è valida, potente e degna di essere vista. Il drag mi ha insegnato a non chiedere il permesso per brillare.
Amy Krania

Amy Krania, Drag Performer @amy_krania
A. Come descriveresti il tuo personaggio?
A. Amy Krania è sicuramente esaurita – sempre di corsa. Mi descrivono come divertente, amichevole, la zia che si prende cura di chi le sta intorno. Uno stile attento ai dettagli, un’immagine studiata, elegante, eterea ma sfacciata. Umilmente intraprendente: so prendermi lo spazio. Sono “la ragazza del popolo” – quella che arriva col sorriso e lo lascia pure. E non mi accontento mai. Mai.

A. Qual è il processo creativo che sta dietro le tue performance e i tuoi look?
A. Dietro i miei look c’è una continua ricerca di immagini, emozioni, ispirazioni. Il mio lavoro da designer lascia poco spazio al “caso” – anche se a volte mi piacerebbe mollare le briglie. Tante ore di cucito, prove, discussioni. Confronti e sinergie con altri artisti, amici, ex professori, colleghi. Amy è potente, ma non ha paura di chiedere aiuto. E non si tira indietro dal tendere la mano per prima. Uso tanto del mio background teatrale nel drag. Il processo creativo dietro una performance è complesso, mai scontato. Mi affido a professionisti con cui ho la fortuna di collaborare. Ogni situazione richiede un certo tipo di show: si passa dal semplice intrattenimento, leggero e godibile, a momenti più “alti”, dove provo a trasmettere un messaggio, una riflessione.

A. Che cosa rappresenta per te il mondo Drag?
A. Il mondo drag è un sentiero intricato di crescita personale e collettiva.
È ricerca continua, è metterci la faccia.
È costruire un sé libero, capace di ispirare le altre persone ad accettarsi.
Un’analisi dell’io e di ciò che ci circonda, per lasciare qualcosa alla comunità – e non solo.
È una lotta per i propri diritti, ma anche un regalo: la libertà di fare ciò che si ama.
Correre per stare al passo, ma anche sapersi fermare.
Mantenere viva la curiosità insieme all’umiltà.
È gioia, è imparare a rivedere tutto con occhi nuovi. È mettersi in discussione, crollare, ripartire.
Il drag è potente.
Ti guardi allo specchio e vedi qualcun altro – e proprio lì nasce la libertà di ricreare te stess*, di sentirti bell* mentre cammini nel mondo vivendo la tua fantasy.
Una fantasy che nessuno può spegnere.
Il drag è creare uno spazio sicuro per te, ma soprattutto per chi cerca rifugio in un sorriso, in uno show, in una presenza.
Ero in metro, in drag, da sola.
Mi sentivo a disagio, con tutti quegli occhi addosso.
Un’altra delle mille sfide – forse azzardate, ma necessarie.
Si avvicina una ragazza, mi fa i complimenti. Respiro.
Mi dice: “Ti ho vista e mi sono sentita al sicuro. E ho voluto disturbarti.”
Cara ragazza, sei tu che hai salvato me. Mi hai liberata da un’ansia inutile.
Perché essere coraggiosi davanti alla paura ispira gli altri a fare lo stesso.
Viviamo in un mondo omologato, superficiale.
Dove la qualità e il sacrificio non sempre vengono riconosciuti.
Ma la costanza, l’impegno, la dedizione – quelli sì, ti fanno andare avanti.
E ti impediscono di essere solo un fuocherello passeggero.
Ridere di noi stess* è fondamentale.
Non prendiamoci troppo sul serio.
Rimaniamo leggeri, anche quando la vita stringe.
Perché sì: la gamba è lunga, la vita è stretta, e il mal di testa è fortissimo.
And that’s the Tea!
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Photographer Francesco Piazzolla @francesco.piazzolla00
Creative Director Giulia Sveva Santoro @julsfaitu
Text Anna Pedrazzini @annapedrazzini



