L’arte della malvagità: Cathy Trask e il fascino del morally grey

Dalla nuova serie Netflix La valle dell’Eden al romanzo di Steinbeck, il ritratto di una donna complessa che sfida la distinzione tra bene e male

A settant’anni dalla pubblicazione del romanzo e dall’uscita del suo adattamento cinematografico, il primo ottobre è arrivata su Netflix la serie La valle dell’Eden. La serie propone, volontariamente o meno, una rilettura della storia familiare e, in particolare, del ruolo della cattiva. Cathy Trask è un personaggio la cui definizione sfugge alle sfumature della sua personalità e della sua storia.

Il romanzo, pubblicato nel 1952, si sviluppa attorno all’eterna contrapposizione fra il bene e il male e alla possibilità dell’uomo di scegliere fra questi. Proprio per questo, John Steinbeck si sofferma sull’indole dei suoi personaggi e li distingue in positivi e negativi. Questo aspetto emerge soprattutto nelle due figure femminili: Cathy, associata all’oscurità, e Abra, il suo esatto opposto.

Come accade nel libro, anche nell’adattamento cinematografico diretto da Elia Kazan nel 1955, le protagoniste vengono rappresentate in ruoli secondari, seppur simbolici. Nel caso di Cathy, il pubblico conosce la sua malvagità soprattutto attraverso il racconto degli uomini. È una donna che ha abbandonato la propria famiglia per lavorare come prostituta e che possiede un bordello.

Una rilettura contemporanea della malvagità

La serie televisiva odierna, invece, riesce a ricreare un quadro molto più intricato dei personaggi della storia. Questa nuova versione nasce da una rilettura contemporanea, che presta maggiore attenzione a determinate problematiche. Presenta inoltre una sensibilità diversa verso temi come il trauma e la dualità umana.

La sceneggiatrice Zoe Kazan, consapevole del contesto sociale e culturale in cui il romanzo è stato scritto, ha cercato di revisionare alcuni passaggi. Ha ridimensionato gli elementi di razzismo e misoginia interiorizzata presenti nell’opera, dando più spazio alle sfaccettature caratteriali.

In questo modo, tutti i personaggi acquistano una complessità affascinante. Emerge con maggiore forza la lotta tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, un conflitto che si consuma dentro ognuno di noi. La sceneggiatrice riesce così a rendere umani coloro che, nella visione di Steinbeck, rappresentano l’oscurità. Forse, proprio come Cathy, sono personaggi che non erano destinati a essere compresi fino in fondo.

Cathy Trask: oltre l’etichetta di psicopatica

Steinbeck aveva affermato che Cathy fosse un soggetto impossibile da comprendere per il lettore che non la conosceva. Questa osservazione lascia intravedere, forse involontariamente, la possibilità che la sua cattiveria non fosse innata. Alla base dei suoi comportamenti potrebbero esserci ragioni più profonde.

Kazan, forse ispirata da queste parole, sceglie di ripercorrere il cammino della protagonista senza ricadere in etichette facili e obsolete. Conduce così lo spettatore verso una nuova chiave di lettura. Dedicandole un intero episodio, ricostruisce un quadro psicologico che va oltre la definizione di «psicopatica». La sua storia parla anche di sopravvivenza e libertà. La sua Cathy Ames pone il pubblico in costante bilico fra l’empatia umana e il rifiuto delle sue azioni. Lo spettatore, infatti, non può fare a meno di provare empatia per il suo passato traumatico e, allo stesso tempo, di essere disgustato dai suoi comportamenti.

In fondo, si tratta di una giovane donna profondamente cambiata dall’abuso subito in giovane età. È stata costantemente sottovalutata e confinata nei ruoli femminili tradizionali. Impara, in parte per sopravvivenza e in parte per brama, a conoscere il valore del proprio corpo e a usarlo a proprio vantaggio. Combatte per costruire la vita che desidera e abbandona le maschere indossate fino a quel momento. Diventa una donna nuova e, simbolicamente, cambia anche il proprio nome.

Denaro e indipendenza: la libertà di Kate

Kate intuisce che, nella realtà patriarcale in cui vive, le donne non possono essere libere se non sono economicamente indipendenti. Per questo, fa del denaro la sua unica certezza e il suo linguaggio. Attraverso gli abiti e i gioielli dimostra di non dover chiedere a nessun uomo il permesso di vivere come desidera. Anche gli omicidi che commette si inseriscono nella sua malata ricerca di autodeterminazione. Nella sua visione, tutte le vittime cercavano di definirla e controllarla. Erano persone che, in fondo, non riuscivano a comprenderla.

Il complesso ritratto di Cathy, diventata Kate, non legittima né giustifica le sue azioni. Invita, però, a una riflessione che finora non aveva trovato spazio con la stessa profondità. È difficile affermare, con gli strumenti interpretativi contemporanei, che sia una psicopatica o la rappresentazione della malvagità. La sua personalità e la sua storia sono troppo intricate per essere semplificate.

Non si può definirla soltanto un’antagonista, un mostro o un’antieroina. Una simile classificazione farebbe perdere una parte fondamentale del suo carattere. È ciò che in inglese viene definito morally grey character: un personaggio che si muove fra il bene e il male. Anche quando commette un omicidio, lo spettatore è portato a chiedersi se il desiderio di libertà personale possa giustificare i mezzi utilizzati per raggiungerla.

Personaggi femminili moralmente ambigui: un doppio standard

Il problema di personaggi come Kate Trask o Sansa Stark è legato alla maggiore difficoltà dell’opinione pubblica nel comprenderli rispetto ai loro corrispettivi maschili. Gli atti criminosi commessi dagli uomini in nome della libertà, dell’amore o della famiglia sembrano spesso più accettabili sul piano morale. La tradizione culturale, infatti, tende ad associare gli uomini a comportamenti aggressivi più di quanto faccia con le donne.

A queste ultime viene invece richiesto di incarnare un’immagine di cura e protezione, difficilmente conciliabile con la violenza. Le loro azioni dovrebbero offrire conforto e sicurezza, anziché esprimere una lotta mentale o fisica. Per lo spettatore, un personaggio femminile che commette illeciti risulta più comprensibile quando agisce per difendere o aiutare qualcuno, preferibilmente un familiare o la persona amata. La situazione cambia quando combatte per sé stessa, per i propri ideali e per le proprie ragioni. In quel caso, le sue scelte diventano più difficili da accettare.

Il confine tra bene e male: fin dove arriva la libertà?

Il punto cruciale del romanzo di Steinbeck, la scelta fra il bene e il male, viene riletto nel nuovo adattamento alla luce di una società profondamente cambiata. Negli anni Cinquanta, dopo guerre, fame e miseria, l’eterno conflitto tra ciò che è giusto e ciò che è sbagliato continuava a suscitare interrogativi. Nella contemporaneità, invece, ci si chiede dove tracciare il confine tra ciò che è giustificabile e ciò che non lo è.

Il caso di Kate Trask solleva una domanda difficile da risolvere: fin dove è lecito spingersi per conquistare la propria libertà e indipendenza? Le ragioni e i torti della protagonista di La valle dell’Eden vanno oltre la questione della misoginia e delle differenze di genere. Il motore della Kate di Kazan è il desiderio di indipendenza, raggiungibile, nella sua visione, solo attraverso la ricchezza.

La sceneggiatrice ha delineato un personaggio non del tutto fedele al romanzo, ma capace di dare voce ai dubbi dell’animo umano e di suscitare un conflitto interiore nello spettatore. Estrapola l’antagonista dal racconto maschile e la trasforma in un morally grey character, libero dai tradizionali schemi narrativi.

Oltre gli stereotipi: la complessità femminile

Il nuovo adattamento fa emergere il bisogno sociale di personaggi femminili che si discostino dall’antica contrapposizione fra buoni e cattivi. Le donne non devono essere costrette in percorsi narrativi obsoleti, nei quali le antagoniste si redimono o le sante impazziscono. Si delinea la necessità di personaggi realistici, capaci di mettere in discussione l’ideale romanzesco costruito per secoli dagli uomini. Kate Trask non rappresenta né un esempio da seguire né un ammonimento. Racchiude in sé una complessità femminile che troppo spesso viene semplificata e che pochi hanno il coraggio di raccontare.

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Ott 17, 2026

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