Perseveranza, questo è il linguaggio che alcune donne scelgono per la loro ribellione. Un silenzioso ma radicale grido che esprime dissenso attraverso piccoli segni. Sintomo di vite non ingombranti e difficili da identificare, che rifiutano di essere perfette e scelgono di distinguersi. Streghe di una realtà che richiede di essere spettacolari, anche quando la tristezza attraversa la propria anima. Grazie alla loro estetica si creano nuovi codici, quelli di una spiritualità che non si affida a grandi manifesti, ma si fa padrona di un’intransigenza sottilmente pronunciata
La forma di comunicare prediletta da queste megere sono gli abiti, da sempre elemento di espressione di un sé che permette di andare oltre le apparenze. Di questi capi loro si fregiano, come mantelli multi-colore che nascondono raccontandole storie piene di fragilità. Gli armadi diventano i loro rifugi, come caldi focolari nelle notti più buie, attorno ai quali si siedono in compagnia delle altre. Sentono la loro anima distante da una realtà che incessantemente si costringe a ritmi e definizioni. Rifuggono categorie cercando simboli d’appartenenza. I loro incantesimi si spogliano di grida, la malvagità non rientra tra le loro caratteristiche. Sono consapevoli lottatrici di un presente che affrontano in punta di piedi, rifugiandosi in antichi rituali che appagano una necessità di identificazione.
Quando si pensa a queste donne, le si immagina riservate, lontane da un circondario frenetico che vincola l’espressività. Eppure è proprio in questa distanza che trovano nutrimento, come linfa vitale che illumina la mente e le rende creative. Non si lasciano spaventare dal legame, evidente, tra la vita e la morte e di questo perpetuo moto dell’anima ne fanno un fuoco che alimenta nuove idee. Alle spalle hanno storie di lutto, che le hanno costrette a scontrarsi con una realtà odiata. Di questa tristezza ne fanno cassetto, trasformandola in oggetti della propria arte. Così si rendono custodi di rituali e di metamorfosi, approcciando alla contemporaneità come un mondo estraneo nel quale definirsi.
Tra luci ed ombre si fa sfocata la loro effigie, soprattutto quando la crudeltà terrena le mette di fronte ad abissi insormontabili. Come l’abisso dell’esclusione, sperimentato già dalle loro antenate, che oggi si portano dietro assieme ad un grande peso.
A farvi da portavoce è una particolare fattucchiera, il cui aspetto non tradisce la profondità della sua personalità. Una figura che nel corso della sua vita è scappata dalla rigidità di un’educazione collegiale, per trovarsi a balzare da un luogo all’altro in cerca di sé stessa e della sua ispirazione. All’anagrafe è registrata come Susie Bick, ma adesso il suo cognome non denota più la stessa stirpe. Susie Cave porta con sé i sintomi di una dannazione, che l’ha colpita agli albori di una riscoperta carriera tra i tessuti. La sua storia è costellata di complicazioni, presenti nelle silhouette di quelle creazioni, diventate tramite di sentimenti oscuri.
Prodigio indiscusso delle passerelle, scoperta quando ancora doveva conoscere il mondo. In una fuga costante dall’oppressione, di quegli anni Ottanta dell’Inghilterra del Nord, dove l’educazione delle donne seguiva ancora un percorso prestabilito. Il suo non accettare le regole della società le ha permesso di raggiungere posizioni ineguagliabili, come le copertine di Elle UK o le sfilate di Dior, Versace e Saint Laurent. Fino a trovare riconoscimento in quello stile punk-rock, che la fece diventare veterana degli show di Vivienne Westwood. Capelli nero corvino, lunghi mantelli e abiti dimessi, semplice ma ammaliatrice, con quello sguardo di un azzurro intenso come quello del mare.
Il suo essere strega era una dichiarazione di non appartenenza, un forzato esilio dalle norme sociali che ne tarpavano corpo e mente. La sua carriera nella moda è stata una liberazione da strette catene, poi sfociata in una dirompente passione per la musica. Soltanto il matrimonio l’ha cambiata, convertendo quella sete di indipendenza, in un sostegno senza limiti ad un partner la cui consolidata fama ha oscurato la sua bellezza. Così è diventata “La moglie del vampiro”, prolungamento eterno di una star del gothic rock, a cui ha fatto da musa cedendo il passo di fronte ad una carriera luminosa. Quella Susie ribelle ora viene raccontata in poche righe contrapposte a lunghi papiri scritti sull’uomo che accompagna da quasi trent’anni.
Incallita sognatrice, che dopo una giovinezza da protagonista ha scelto di occupare ruoli di supporto: sia nella famiglia che nella moda. Così da restituire alle sue clienti un piccolo mondo fatto di dettagli, di riflessioni e di purezza. È una stilista anti-convenzionale, di quelle che riflettono attentamente su ciascun capo, combinando ispirazioni e nuove influenze. Per questa motivazione è diventata famosa, in quegli anni Dieci del Duemila dove il mondo moderno stava mettendo da parte le esigenze d’abbigliamento femminili. In quel momento in cui la standardizzazione del fast fashion prendeva piede, lei ha scelto un approccio personale e personalizzato.
Priva di abiti che rappresentassero la fata che era in lei creò, assieme ad una mistica compagna, un’etichetta di stile. Nell’incontro tra le ispirazioni esoteriche e un romanticismo gotico con tessuti di alta qualità, come la seta del Regno Unito, si è espressa a favore delle donne. In una dichiarazione d’amore, non troppo pronunciata, che celebra la bellezza femminile e le rende omaggio, liberandola dall’omologazione e restituendole dignità. La figura femminile è stata da lei reinterpretata, per sfuggire da quegli abiti costruiti per compiacere l’altro sesso, dando luce a rare collezioni, difficili da trovare in altri brand.
Approcciando a questa modernità di cui, sin da ragazza, si era fatta portatrice, è diventata mentore di un movimento stilistico nato per separare i capi dall’impronta della designer. A parlare, quindi, sono soltanto le megere che li indossano, diventando stupende agli occhi di sé stesse. Sensualità, romanticismo e passione si intrecciano in silhouette asimmetriche: tra drappeggi, maniche a sbuffo e spalline imbottite. Il tono degli anni Cinquanta si va a mescolare con punti vita e scollature che richiamano ad una donna moderna, in carriera. Non mancano, però le trasparenze, quelle che hanno rappresentato, per eccellenza, lo stile gotico. Cappe nere che non nascondono le forme del corpo, in un’intensità propria del nome del brand.
Gli abiti, con questo progetto, sono diventati un giocoso contrasto tra espressione senza riserve ed elevazione dell’anima. Fluttuanti gonne che si staccano dalle radici di quella natura che vi ha dato origine. L’architettura, l’arte, il cinema e il balletto russo si fondono in essi per rappresentare donne che non hanno vergogna di esistere.
In questo connubio tra la leggiadria del cotone e il coraggio delle stampe si pronunciano inattesi incantesimi adatti allo stile di diverse attrici, cantanti e persino esponenti della casa reale. Portano il nome di “Falconetti Dress”, anche noto come il vestito del decennio che è trascorso tra la fondazione e la chiusura di “The Vampire’s Wife”. Quella firma che, tra il Liberty London Tana lawn e sfumature cangianti e luminose, ha trasformato il marchio in un cult degli anni Duemila. Tra critiche, giudizi e impressioni dei meno esperti, si è destreggiato con forza. Tanto da imprimersi nei ritratti della famiglia reale britannica, indosso alla futura regina d’Inghilterra, a ricordare per sempre ciò che ha segnato un’epoca.
L’attenzione memorabile di Susie Cave non si è interrotta, quando il capitalismo patriarcale ha fallito nel mantenere in vita un pezzo della sua esistenza. Il cerchio delle sue opere non si è chiuso in quel recente anno di scossoni finanziari. Per confermare il paziente ritorno di un taylor made all’inglese, ma dedicato alle donne, ha dato luce ad una nuova label, dove la vita e la morte si interfacciano senza paura.
Un’esplorazione di confini mai toccati fino a quest’anno, quando nello sfocare del freddo invernale e nell’affacciarsi definitivo della primavera, ha esternato un nuovo progetto. “Weddings and Funerlas”, ora non è più solo il titolo di un film, ma espressione di un nuovo approccio alla moda. Un contesto intimo, privato, dove aspettative sulla vita e programmi per l’al di là si intrecciano a creare abiti di una semi-couture senza tempo. Le silhouette sono, ancora, semplici, a definire un’eroina gotica, dallo stile retrò, che non è spaventata da quanto le aspetta in un universo sconosciuto.
Fil rouge è la qualità dei materiali, selezionati esclusivamente nei dintorni del Regno Unito, così da incrociare cura, sostenibilità e supporto alle produzioni locali. L’estetica elementare e personale del brand si riproduce in capi a contrasto, o bianchi o neri. Così da unire due dimensioni simboliche, dove la tensione per il futuro si scontra appassionatamente con il ricordo di ciò che è stato. Senza fare a meno di quell’eleganza degli albori, frutto di una pura indipendenza dalle norme della moda. Ad essere pronunciato è un nuovo linguaggio visivo, che trova spazio in sculture di abiti monocromo, dal tenore celebrativo e performativo.
Le pareti della boutique riservata sulla Kensignton Church Walk di Londra, fanno da protezione al dramma disciplinato di un ciclo dell’industria che rallenta, a contrasto con lo scorrere del resto. Così si differenzia, da quella fame costante di produzione, che penalizza le donne, prima ancora di comprenderne le esigenze. La sua affidabilità è ciò che rende uniche queste creazioni, non strettamente connesse al mondo terreno o al mondo ultraterreno, ma spettro costante di cambiamenti d’identità.
Per le clienti la prima collezione è un segreto, così come lo saranno le prossime. Venticinque capi celati da un alone di mistero, lasciando solo poche tracce per la sorpresa finale. Un appuntamento, dove mini dress sbarazzini sono alternati a mantelli spettrali, ornati di piume, di pelliccia e di fiocchi a contrasto. Per riprendere, con fiducia, quell’intimità trascurata, al di fuori delle vie centrali, in una confessione privata con sé stessi che avvicina le streghe promettendo di non scarnificarle.



