Attraverso cronache, immagini di stile e testimonianze prende forma questa rubrica settimanale. Frutto di una riflessione ai limiti dell’esoterico che collega le femministe di tutti i tempi. A parlarne sono due streghe di oggi, donne che del presente vivono le conseguenze e dalla storia prendono ispirazione. Donne che giocano a nascondino alla luce del giorno, cercando di fissare quell’ologramma confuso delle loro antenate
Siamo sorelle, non di sangue ma di pensiero. Superstiti di cancellazioni ed esilii, siamo tornate per comunicare le rivoluzioni nate dalla nostra semplice presenza. Ci siamo reincarnate in un presente oscuro e, facendoci paradossalmente portatrici di luce, sfruttiamo questo spazio per pronunciare l’eco delle nostre parole. Siamo testimoni di incantesimi e dialoghi nascosti che, ogni sabato, vi accompagneranno, in una ritualità non religiosa che sfugge a feste e celebrazioni per costruire la nostra storia. I nostri nomi, incisi nei tempi, sono Sybilla e Letizia. La prima maga profetica e portatrice di consiglio, la seconda megera folklorica e polemica. Siamo streghe complici di un femminismo perseguitato e temuto, capace di resistere a riti di esorcismo. Le nostre radici sono profonde nel passato, ma i nostri frutti crescono nell’attualità e, per fuggire dalla persecuzione, si rifugiano in paragrafi incisi nero su bianco.
Le eroine dei “fogli” che scriviamo sono donne, vittime di un’esistenza che hanno provato a cambiare. Sono figure tacciate di maleficio che, dopo essersi rifugiate nell’oscurità, riemergono sporadiche mentre attendono una giustizia schiava del tempo. Messe al rogo in senso reale e figurativo, si sono allontanate da vincoli e costrizioni, tentando di liberarsi dalle catene di una tradizione giudicata “normale”. Hanno cambiato forma, ma restano sempre obiettivo di una caccia.
“Un po’ fate, ma molto streghe, belle e terribili insieme”, dice Michela Murgia. Mutevoli d’abito e di sembianza. Protagoniste eccezionali di storie di cambiamento e di contraddizione, con un passato e un presente più oscuri dei loro riti. Se ne riconosce l’essenza, ovvero quell’intima volontà di opporsi al reale, a regole scritte, ma fallaci. Sono Morgane. Appartengono a diverse storie, contemporanee o completamente distanti. Multiformi figure che fuggono verso un esilio dal reale. Le loro lotte sono sempre state diverse. Dapprima maghe incantatrici, con un’aura trascinante, ma spesso spaventosa; poi ribelli ad un’esistenza che le rendeva schiave dell’altro sesso. Combattenti e decise per guadagnarsi quel rispetto mai attribuitogli. Sono artefici della loro esistenza, spesso create ad alimentare un bene in un mondo piuttosto malefico. Strane figure di riferimento, vittime di una situazione che avrebbero cambiato volentieri.
Hanno superato ghigliottine, esilii e cancellazioni e sono arrivate fino ad oggi. Sono state dipinte come deformi e, proprio per questo, allontanate. La stranezza è diventata il loro super potere, rendendole capri espiatori e baluardi di opposizione. L’insostenibilità della loro posizione le ha unite, sfuggendo a definizioni e ingabbiamenti lontani da qualsiasi logica di rispetto. Hanno resistito a vincoli e legami, trasformando quella costola dalla quale sono state originate in una struttura capace di esistere in maniera indipendente. Sono state perseguitate per le loro parole e azioni, e lo sono ancora per essere parte reattiva di una realtà in rapida regressione.
Tentando con disperata forza di distinguersi dalla massa, si sono rese vittime di critica da parte di questa. Le loro battaglie però non sono avvenute invano, ma hanno esteso quei limiti di accettabilità di una libertà femminile che a volte ci viene sottratta. A raccontarne, in maniera estesa, le loro storie e i loro destini sono stati gli uomini, come il greco Omero, che le dipingevano a mo’ di megere incantatrici capaci di atti demoniaci. Ci hanno provato storici che ne contavano i poteri magici; e poi religiosi che ne condannano autodeterminazione e necessità di fuggire dagli stereotipi. Finché non sono state udite e descritte da voci di donne, anche loro streghe con una mente che le ha rese martiri di ego da loro spaventati.
Come quelle di Michela Murgia e Chiara Tagliaferri che, nel loro podcast Morgana, da cui è tratto l’omonimo libro, hanno condiviso racconti di madri, non solo nel senso tradizionale del termine. Di protagoniste di storie che non sono messe tra loro a confronto, ma che si scontrano nella realtà con modelli predefiniti di esistenza. Vere madri, o madri maghe, un po’ come Ecate, che incarna contemporaneamente demoniaco e terreno; produttrice di stirpi che condanna attraverso le sue formule magiche. Donne che hanno combattuto per esistere nel modo in cui volevano e che, oggi, combattono ancora perché questo volere sia rispettato. Streghe che sono sfuggite a condanne di morte, cambiando aspetto esteriore, ma mai mutando la loro identità.
Le narrazioni del fashion system
Il simbolismo che vi ruota intorno è stato, spesso, interpretato dalla moda: sia in maniera letterale che figurativa. Sono state proposte collezioni che ne definissero le caratteristiche principali: cappelli a punta, abiti scuri, mantelli e veli neri a ricreare quel contatto inscindibile con l’oscuro. Finché non si è capito che per poterle dipingere bisognava immedesimarsi, bisognava vivere in quella fuga costante che faceva ricorso all’abbigliamento come espressione di vite pronunciate. Un’interpretazione che aveva ben compreso Rei Kawakubo, tanto da riproporla nella collezione primavera-estate di Comme de Garçons, suo brand, nel 2016.
In questo contesto si andavano a fondere buio e coraggio, incarnati nel loro sottile limite da una Blue Witch. Di esoterico in questa collezione c’è solo la parola, che si declina attraverso strati di finta pelliccia e velluto, interrompendosi di fronte a parrucche rosse, quasi da pagliaccio, che sradicano quel grigiore proprio dell’immaginario di questa figura. Il tradizionalismo, sia nell’aspetto che nei tessuti, abbandona il suo habitat, facendosi carico di una dimostrazione di libertà, fatta attraverso una nuova narrazione.
Il legame con il sinistro, definito da colori scuri, come blu e nero, si contrasta con il suo approccio all’umano, trasformandosi in capi chiari e luminosi. Lo charme erotico della sua natura si intreccia in costanti connessioni estetiche, che si mantengono al limite del disturbante. Questa donna-strega è passante in una vita di spezzettamenti, che insieme costruiscono un quadro utile alla conquista del mondo. Si esprime attraverso texture e deformazioni: tra arricciature circolari e look blu fino al ginocchio, passando per piume stravaganti e abiti in tweed bordati di trecce. Si trucca, nel tentativo di riconoscersi, ma omologandosi con labbra di colore scuro, sottili come quelle delle bambole Kewpie. È un’audace regina che indossa asimmetrie e linearità, fungendo da tentatrice fragile di una lotta che emargina nell’incomprensione.
Così, come viene ritratta in questa collezione, si rifugia nel limite del paradossale, restituito da un complesso concatenarsi di accessori: come artigli di animali che adornano cappotti lunghi e doppi. Attraverso abiti e complementi si addobba, giocando con quella cattività che fa da specchio ad un’essenza strappata del suo intimo. Non austera monaca in nero, ma reinterpretata in codici che la rendono figlia dei suoi tempi.
Estetica socio-politica
Un po’ come la stessa Kawakubo, voce di un periodo di cambiamento, il Sessantotto, che ha rivoluzionato la femminilità, concedendole una libertà ai “limiti dell’accettabile”. In quest’epoca sono nate pioniere di uno stile, eredi consapevoli di un’esistenza proibita, le cui formule risuonano ancora oggi e sono celebrate attraverso mostre che ne descrivono le connessioni. Come quella tenutasi fino a domenica 19 aprile 2026, presso la National Gallery of Victoria di Melbourne, e intitolata Westwood|Kawakubo.
Un’esibizione di 180 pezzi, che ha reso omaggio alla capacità delle due designer di rompere le regole, da paladine di movimenti che sovvertono lo status quo, a ribelli capaci di usare la moda come strumento di dichiarazione. Raccontate tra taffetà, tweed, vinile e pelle, fino a cotone, corsetti e maglia per riprodurre donne nuove; prigioniere libere con speranza di redenzione. Sembianti eroine che di un passato di caccia per bruttezza e deformazione ne fanno un futuro di ribellione anche estetica, interpretata attraverso gli abiti. Evocate nuovamente dai tempi bui di questa contemporaneità le streghe si pronunciano, così, da oggi e nei prossimi sabba, attraverso storie di tele bianche macchiate per essere esistite, anche se perseguitate fino alla morte.
Photo Cover from “The Love Witch” by Anna Biller.



