Maison Margiela inaugura la Shanghai Fashion Week con lo show per l’autunno/inverno 2026. L’evento celebra l’inizio di una serie di progetti trasversali ed exhibitions sparse in tutta la Cina pensati per riscoperire l’heritage del brand. La collezione, che unisce ready to wear e Artisanal, difatti è l’espressione più elevata di tutti i codici essenziali di Margiela. Dal concetto dell’anonimato attraverso l’archetipo della maschera si giunge alle manipolazioni del guardaroba con tecniche sperimentali come i tessuti “cracked”

La riscoperta delle origini è uno dei pilastri creativi fondamentali nella nuova direzione creativa di Glenn Martens alla guida di Maison Margiela. A partire dai suoi primi due show si è manifestata difatti una volontà di sottrazione rispetto all’estro del suo predecessore, John Galliano. Mentre quest’ultimo aveva sintetizzato il genio del fondatore con un’approccio travolgente e ricco di direzioni contraddittorie (seppur funzionanti), Martens sembrerebbe concentrarsi sull’ancestralità della Maison. Viene così riportata nel presente la narrazione defilata e di rottura di Martin Margiela in cui l’identità del brand si muoveva su un filo misurato fra sperimentazione e ricercatezza stilistica. Dallo sguardo all’oriente che ha dato vita alle celebri Tabi sino alle manipolazioni del tessuto che si sostituivano al logo ben nascosto dalle quattro cuciture.

All’inizio del 2026 il brand decide di rendere pubblico tutto l’archivio di Margiela anticipando una serie di eventi che ne celebravano la storia. Nasce così il progetto Margiela/folders e vengono annunciate una serie di iniziative che prenderanno vita proprio in questi giorni in diverse città della Cina. Primo fra tutti, lo show per l’autunno/inverno 2026 che inaugura ufficialmente la Shanghai Fashion Week. Realizzata all’interno di container navali, la sfilata unisce l’heritage del brand con diversi elementi di design scovati in un mercatino delle pulci a Parigi. Tutti i riferimenti celebrano la tradizione artigianale cinese come le porcellane dipinte che in questo caso si disintegrano sugli abiti Couture.

Un anonimato solo apparente
Il filo conduttore che unisce tutta la collezione è senza dubbio il concetto di anonimato che si mostra in modo lapalissiano attraverso le iconiche maschere. Un annullamento identitario che in moto circolare diventa l’identità ultima di Margiela il cui heritage è divenuto ormai fonte storica d’ispirazione creativa. L’archetipo della maschera si ricopre di applicazioni preziose, ricami di maglieria cristallizzate nella cera e schegge di porcellana, ma non solo. Vengono realizzate maschere in tessuto spalmato, in cotone vintage e merletti ma anche in Nylon proprio come le prime in assoluto presentate da Martin Margiela al suo debutto. Questi tessuti sperimentali che in molti casi sono il risultato di stratificazioni materiche si riflettono coordinatamente sugli abiti.

Una combinazione di look pret-à-porte e Artisanal che manifestano un’espressione stilistica complicata ma assolutamente magnetica. La visione di Glenn Martens fiorisce dall’archivio del brand che viene celebrato ma mai superato dalla semplice espressione personale. C’è un ritorno all’essenzialità delle origini con i primi look total black, white e nude che presentano tagli nascosti e linee sinuose. Un gioco di sottrazione necessario che anticipa l’opulenza della parentesi Couture che va a costituire la parte più spettacolare e interessante della sfilata. L’organza di seta impalpabile si insinua nei drappeggi degli abiti che si ispirano alle figure femminili delle porcellane cinesi ma viene riproposta anche nei top quasi impercettibili. Tessuti spalmati riprendono gli stessi drappeggi o rivelano crepe dal sapore decadente che si sposano perfettamente con le inserzioni dei ricami tridimensionali.

Sperimentazione artigianale
Le stampe distrutte, desaturate e invecchiate diventano dipinti dimenticati in un antico palazzo di Parigi mentre la pelle di cappotti e blazer diventa quasi scultorea. La maglieria costituisce un abito scenografico composto da nappe, intrecci e un maxi scialle che sembra riferirsi ai primi anni del Novecento. Il velluto di gilet, abiti da sera e giacche si illumina come un accessorio prezioso mentre in altri casi rivela le sue sfumature più ombrose. Diversi capi che riportano delle lavorazioni di sovrapposizione fra tessuti e applicazioni celebrano il concetto di “bianchetto” radicato nel DNA di Margiela. Un esempio è rappresentato da un abito nero arricchito da un pizzo bianco 2D che si unisce alla trama dell’abito come in una stampa piatta e logora. Quello di Glenn Martens si sta rivelando un lavoro pensato e vincente ai fini della riscoperta della vera essenza della Maison. La sua visione creativa che utilizza la manipolazione dei tessuti come espressione ultima del proprio estro, in molti casi si sposa perfettamente con la metodologia di Martin Margiela. Un nuovo inizio vitale e salvifico che presenta alle nuove generazioni gli elementi storici di un genio che ha ridefinito la moda contemporanea.
Photo courtesy Maison Margiela.



