La creatività non è più un lusso, ma una condizione di sopravvivenza

Il sistema moda e l’editoria affrontano una crisi senza precedenti, schiacciati tra ritmi produttivi insostenibili e logiche commerciali. In questo scenario, la lentezza e l’autenticità diventano gli unici strumenti per preservare la libera espressione contro l’omologazione di massa

Nel lontano 2015, Raf Simons lasciò Dior, uno dei più grandi colossi della moda francese, per dedicarsi al proprio brand. La prima intervista dopo l’addio, venne rilasciata a un magazine della micro editoria: System. L’intervista venne scritta nell’arco di sei mesi e impiegò vari incontri, strutturati come conversazioni intime tra il giornalista e l’intervistato. Fu scritto dall’ex critica di moda del New York Times, che aveva lasciato la testata l’anno prima, forse a causa di alcuni suoi aspri (ma condivisi) commenti sulle ultime sfilate. Era Caty Horyn, una delle più influenti giornaliste di moda del momento.

L’intervista comprendeva otto pagine di Simons che esprimeva una posizione netta sul settore moda. Il designer affermò:
«quando si fanno sei sfilate all’anno, non c’è abbastanza tempo per l’intero processo.» Continuando «tecnicamente parlando, funziona, ma funziona per me a livello emotivo? No, perché non sono il tipo di persona a cui piace fare le cose così in fretta.» System Magazine, una testata che all’epoca aveva un team editoriale composto da sole quattro persone (Jonathan Wingfield, Elizabeth von Guttman, Alexia Niedzielski e Thomas Lenthal), aveva già fatto parlare di sè. Qualche tempo prima infatti aveva pubblicato un’intervista scandalosa. All’interno del numero di debutto figurava Nicolas Ghesquière, che dopo quindici anni alla direzione creativa di Balenciaga, lasciava il brand, sfinito dalle continue richieste commerciali. Nello sfogo del designer si fa riferimento a un’oppressione sistematica della creatività a favore di buoni risultati nelle vendite: «[…] Queste persone semplicemente non capiscono il processo complesso e complessivo della moda, e così ora la stanno trasformando in un qualcosa di facilmente riproducibile e piatto.» 

La creatività contro la velocità del mercato

In quegli anni, dunque, si assiste a un fenomeno assai interessante nel sistema moda. Designer ed editoria iniziarono a collaborare per un interesse comune: la sopravvivenza della libertà d’espressione e dunque, della creatività. Basti pensare che proprio tra il 2015 e il 2016 si assiste a un cambiamento repentino della comunicazione di moda. Blogger e influencer infatti diventano i nuovi partner mediatici per incentivare le vendite. Questo fenomeno, già dieci anni fa, aveva provocato una crisi senza precedenti nel mercato dell’editoria, messa in ginocchio dall’estrema velocità e immediatezza delle piattaforme. Si riscontra in una crisi condivisa, una soluzione altrettanto comune. Combattere la tempestività del mercato, con la lentezza della cultura. Il caso di Simons e Ghesquière fa riflettere in un contesto in cui la censura opprime la creatività e di conseguenza, banalizza il pensiero.

In un articolo, pubblicato proprio dal New York Times nel novembre del 2015, Vanessa Friedman riflette sul motivo per cui questi designer hanno dato la possibilità a un magazine della micro editoria di intervistarli prima di qualsiasi altra testata. Si evidenziano due motivi principali: il tempo che viene dedicato all’intervistato e rapporti personali che lo legano al team editoriale del magazine. Due temi che risuonano più attuali che mai, in un sistema che ancora oggi risente della continua richiesta di accelerare il tempo di produzione, dal prodotto ai contenuti, editoriali e online. A discapito di ricerca, approfondimento e di conseguenza, di creatività.

A risentirne maggiormente è la micro editoria, realtà indipendenti o quasi, che tentano di sopravvivere al mercato. The Face, pubblicazione storica nata negli anni Ottanta a Londra (chiusa nell’89 e poi riaperta nel 2019) il 27 Marzo scorso ha terminato definitivamente il suo percorso. Un lutto sentito nel panorama dell’editoria indipendente che perde l’ennesimo soldato in una guerra impari e senza vincitori.

Un sistema che inizia a vacillare dall’interno

Si assiste già da tempo a un appiattimento della proposta creativa. Sia fuori che dentro la carta stampata per motivazioni che, rispetto al lontano 2015, suonano come un tradimento a ciel sereno. Tra pressioni per mancanza di budget, la “total look rule” dei brand lusso che vieta agli stylist di fare mix&match e la polemica che vede lavorare sempre il solito circolino di adepti. Il settore dell’editoria di moda sembra annegato nei suoi stessi tossici sistemi. La situazione, rispetto a dieci anni fa, sembra peggiorata a tal punto da colpire persino l’editoria mainstream. Nonostante i solidi rapporti commerciali, non risulta infatti rilevante sul mercato. L’ultima edizione di Vogue Italia, è stata aspramente criticata sui social e il paragone con il Vogue di Franca Sozzani si presenta come un grande schiaffo in faccia ai tempi assurdi che si stanno vivendo. La differenza sostanziale con il passato è che manca la volontà e il coraggio di prendere posizione in un periodo di forte recessione politica e culturale. La rivoluzione della Sozzani, oltre alla fondamentale e libera collaborazione con fotografi di valore, ha avuto alla sua base il desiderio e il dovere di raccontare il presente. Non solo interpretandolo ma difatti prendendo una posizione netta sia sociale che politica.

Le incertezze del presente

In passato la paura di non essere supportati o sopportati dal lettore o dai brand non fermava il lavoro etico e morale di mostrare il contemporaneo nelle sue evidenti sfaccettature. Oggi le guerre in corso, la crisi economica che ne consegue e le problematiche ambientali hanno portato il cliente finale a porsi delle domande ed essere più consapevole sul presente. Oggi, più che mai, il lettore ha necessità di avere una motivazione per cui acquistare un determinato prodotto. Una verità scomoda che elimina in tempo record tutte quelle realtà nate per l’hype del momento o quei brand che, seguendo una tendenza, hanno fatto l’errore di vendere la propria identità alla diabolica omologazione di massa. Ne è un esempio esplicito la crisi di alcuni marchi del lusso. Questi ultimi dopo essersi divertiti al gioco delle sedie, ora hanno perso l’unico briciolo di interesse che avevano. Così come anche vari talenti che stanno iniziando a passare al “lato oscuro”. Galliano è ormai direttore creativo del colosso fast fashion Zara e Chavarria ha lanciato da poco la capsule collection Vatìsmo per il brand in ascesa. La credibilità di un sistema inizia a vacillare dall’interno, ciò che sta accadendo oggi ne è una prova. 

Forme contemporanee di resistenza creativa

Dunque, non è un caso se l’editoria di moda abbia abbracciato un sistema stantio e nato per autodistruggersi e che oggi abbia l’estremo bisogno di rinnovarsi e adottare soluzioni che vadano contro questo stesso sistema. Buffalo zine, nel suo ultimo cartaceo, manifesta questo sentimento come pochi stanno avendo il coraggio di fare. La redazione della rivista cult semestrale attraverso una riflessione del contemporaneo oggi decide di impegnarsi a dare voce a coloro che vivono la moda come un gesto quotidiano piuttosto che come performance. E sottolinea un concetto più attuale che mai: «Presence over profile. No celebrity, no spectacle. What’s shown here belongs to the world we inhabit – the one often unseen, yet most real.»

Adrian González-Cohen e David Uzquiza — creative director e founder della zine — hanno scelto di prendere posizione in merito alla crisi che inonda il mercato dell’editoria. E così nasce un numero senza modelli, stylist, make-up artist e hair stylist. Utilizzando abiti prestati dai brand o rubandoli dall’armadio di qualcuno, hanno prodotto uno dei numeri più contemporanei e autentici dell’ultimo periodo. Questa è una riprova che l’editoria di moda indipendente ha rilevanza sul mercato nel momento in cui dimostra che la libera espressione non ha mai davvero fatto parte di un sistema basato sul denaro. Essa difatti è nata dal desiderio di raccontare i tempi in cui viviamo nella maniera più autentica possibile. 

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Apr 1, 2026

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