La mostra personale di Mona Hatoum “Over, under and in between” riflette sui temi di instabilità e precarietà umana. Tre installazioni pensate appositamente per adattarsi alla sede milanese di Fondazione Prada invitano lo spettatore a riflettere, smuovendo emozioni contrastanti e risvegliando coscienze sopite
Parlare di geografie dell’umano è, in questo particolare momento storico, una scelta quasi inevitabile e fondamentale. In una contemporaneità imbevuta di instabilità, l’artista Mona Hatoum riflette sul tema della precarietà dell’esistenza umana nella mostra personale “Over, under and in between”. Ospitata dal 29 gennaio al 9 novembre 2026 nella sede milanese di Fondazione Prada, l’esposizione si articola come un progetto site specific, ideato per rispondere agli spazi della Cisterna. L’artista ha creato tre installazioni che esplorano tre elementi identitari del suo vocabolario artistico: la ragnatela, la mappa e la griglia.
Dietro alle installazioni si cela un’elevata pregnanza poetica che accompagna la riflessione di Hatoum sui temi di instabilità e precarietà. Di origini libanesi, giunta alla notorietà negli anni Ottanta e Novanta, Hatoum concentra da tempo i suoi lavori su installazioni capaci di evocare sentimenti contrastanti nello spettatore. Focalizzandosi su temi come sradicamento, marginalizzazione e controllo sociale e politico, le opere di Hatoum sono caratterizzata da una inscindibile fusione tra poetica e riflessione politica. L’artista si fa agitatrice di coscienze, mira a suscitare riflessioni e a smuovere emozioni, spesso sopite proprio dai sistemi di controllo dei poteri più forti.
Gli spazi di Fondazione Prada, il cui lavoro si incentra spesso su temi come la molteplicità di identità e le diverse istanze sollevate da comunità e singoli, si costituiscono come la sede ideale per le tre installazioni. Dando ampio respiro alle opere di Hatoum, la Cisterna ne valorizza ed esalta la pregnanza artistica e poetica. Ad accompagnare la personale è stata realizzata una pubblicazione illustrata. Edita da Fondazione Prada come parte della serie Quaderni, essa include tre testi di Theo Deutinger, Lina Ghotmeh e Jamieson Webster. Le riflessioni dei tre studiosi e teorici espande ulteriormente i significati delle opere di Hatoum, attraverso una pluralità di prospettive che si estende dalla psicologia, alla geografia, all’architettura.
Una ragnatela di significati, tra reclusione, casa e connessione cosmica
Le tre installazioni di Hatoum sono state pensate ognuna per una delle tre sale della Cisterna. Ad attendere lo spettatore nella sala d’ingresso si trova un’ampia ragnatela sospesa. Elemento ricorrente nella produzione dell’artista, la ragnatela è stata utilizzata da Hatoum per esplorare temi svariati, dall’imprigionamento all’indolenza. Realizzata con sfere di vetro soffiato trasparente, collegate tra loro con dei fili, in questo contesto il suo significato si gioca sull’ambiguità di sentimenti che può suscitare, tra fascinazione e repulsione. «Una ragnatela può essere vista come rete minacciosa che suggerisce un senso opprimente di reclusione», spiega l’artista. «Allo stesso tempo offre una casa o un luogo sicuro». La grande ragnatela, sospesa sullo spettatore, assume anche un significato quasi cosmico. Le sfere di vetro rimandano anche alle gocce di rugiada, evocandone la fragilità e luminosità. «Possono anche assomigliare a una costellazione celeste. Mi piace vederla come un’allusione all’interconnessione di tutte le cose».

La mappa come pelle della Terra
Proseguendo nel percorso, il pavimento della sala centrale è ricoperto di sfere traslucide di vetro rosso. Oltre trentamila sfere sfere sono disposte a formare una mappa del mondo, delineando solo i contorni dei continenti e ignorando volutamente i confini politici e geografici. Hatoum crea così una configurazione instabile, che descrive come «un territorio aperto e indefinito», soggetto alle forze esterne. L’artista ha preso la sottile ma concettualmente rigorosa decisione di utilizzare la mappa di Gall-Peters al posto della più tradizionale di Mercatore. Infatti, la versione di James Gal (poi rivista da Arno Peters) ha corretto alcune distorsioni presenti nella proiezione di Mercatore. Quest’ultima rappresentava le regioni del Sud globale più piccole della loro reale estensione rispetto al Nord.
La scelta di Hatoum viene commentata e giustificata così da Theo Deutinger: «Un mappamondo non è una mappa. Non è appiattito e pertanto non può essere piegato o arrotolato e messo in tasca. E il mappamondo non ci permette di vedere il pianeta Terra nella sua interezza. Una mappa è come la pelle della Terra, staccata e appiattita»

all of a quiver: abitare l’instabilità
La terza sala della Cisterna ospita “all of a quiver”. L’opera si sviluppa in nove livelli di cubi aperti e sovrapposti, che danno forma a una struttura metallica a griglia. Testimone dell’interesse di Hatoum per l’estetica minimalista, la struttura richiama lo scheletro di un’edificio con geometria rigida. Grazie a un sistema motorizzato, l’opera oscilla lentamente, tra scricchiolii e tintinni, come se fosse continuamente sul punto di cadere. Arrivata a un certo livello, la struttura viene presa da un irrefrenabile tremore, subito prima di fermarsi e tornare ai suoi 8,6 metri di altezza. Nel Quaderno che accompagna la mostra, Lina Ghotmeh scrive: «L’opera di Hatoum ci insegna che restare in piedi non significa conquistare l’instabilità, ma abitarla». L’oscillazione di “all of a quiver” diventa dunque una lezione di umiltà, una dimostrazione di apertura al cambiamento senza bisogno di controllarlo.

Photo courtesy Fondazione Prada



