È passato quasi un mese dall’inizio del 2026 e pare che l’anno sia cominciato con un clima di ansia diffusa. Nell’ultimo periodo stiamo assistendo a cambiamenti sull’assetto socio-polito globale che corrono alla velocità della luce. La capacità collettiva di comprenderli e sopportarli non procede allo stesso ritmo
Nel tempo, i corsi e ricorsi storici si sono riproposti come una costante nei fenomeni sociali ed estetici. Il ritorno agli anni Settanta, ai mitici Novanta, fino alla riscoperta dei Duemila. Guardare indietro è sempre stato un modo per rileggere il presente, per dare senso ai segni della realtà e rimanere ancorati al qui e ora. Con l’evoluzione dei media digitali, però, questo processo si è intensificato e, d’improvviso, ci troviamo immersi in un revival avventato del 2016.
“L’anno peggiore di sempre” e no, non stiamo parlando del 2025
Sono passati solo dieci anni da quello che allora venne definito “l’anno peggiore di sempre”. Un periodo in cui l’algoritmo ancora non dettava le regole del discorso sociale, Tumblr era la piattaforma più cool sulla piazza e i capelli blu e viola fungevano da manifesto di un’estetica condivisa. All’epoca Instagram e Tumblr, insieme a piattaforme come YouTube, erano terreno fertile di sperimentazione. Ancora agli arbori, venivano vissuti dagli utenti in modo più libero, spontaneo e meno condizionato da logiche di visibilità, performance o mercato. Era la prima volta che le tendenze moda nascevano e si sviluppavano direttamente su internet: i choker, i completi di Brandy Melville, le scarpe di Jeffrey Campbell. Quando ancora l’influencer marketing non aveva reso Instagram e Tiktok la Ryanair delle piattaforme social.
Le fotografie, spesso sgranate e con l’immancabile filtro rosa, non apparivano mai costruite o pretenziose, ma segnavano l’inizio di un nuovo linguaggio visivo e digitale. A questa libertà espressiva si affiancarono però eventi politici e sociali, come la Brexit, l’elezione di Trump alla Casa Bianca e l’attentato al Bataclan. Segnali evidenti di una frattura imminente e di un cambiamento strutturale nel clima culturale globale. Per tutti questi motivi, potremmo considerare il 2016 come l’inizio della fine.
Perché stiamo parlando del 2016?
Comprendere le ambiguità del presente è essenziale per non restare intrappolati nel superficiale discorso pubblico. Nell’oceano digitale dei social, le reazioni alle immagini del 2016 riemerse e condivise dagli utenti sono state infatti molteplici e fortemente polarizzate. Da una parte c’è stato chi si è posto al di sopra del fenomeno social risultando assolutamente inorridito alla vista di tale scempio estetico. Dall’altra, ci sono stati migliaia di utenti che hanno vissuto un momento di nostalgia comune ricordando quando a nessuno interessava di performare per un “grande pubblico” di follower.
Andando più in profondità, il desiderio diffuso di tornare al 2016, non è poi così strano. Molti creativi stanno recuperando un’estetica più autentica, imperfetta e meno costruita, anche come forma di reazione all’uso sempre più massiccio dell’intelligenza artificiale. L’era delle clean girl dalla pelle perfetta è arrivata al suo capolinea, facendo spazio a uno stile grunge e disordinato. Allo stesso modo, il quiet luxury è stato sostituito dal layering, dal color block e da uno styling audace, sempre più incentrato sulla ricerca di personalità più che di emulazione di tendenze. Il ritorno del 2016, dunque, ha senso in un panorama in cui alla perfezione utopica del digitale si vuole sostituire l’autenticità imperfetta dell’essere umano.
Non siamo poi così diversi
Al centro delle polemiche ci sono i Millenials che ritengono il 2016 una data troppo vicina per provocare un sentimento di nostalgia salvifica del contemporaneo. A tutto c’è un limite probabilmente, considerando che all’ansia di una probabile guerra mondiale si aggiunge un carosello di immagini di noi stessi con dei look improponibili. In questa visione surreale e tragicomica, il ritorno del 2016 risulta solo l’ennesimo meme ironico che racconta a grandi linee i tempi che corrono. Anni in cui la sperimentazione estetica è andata scemando inghiottita da un mercato in crisi sottoposto a continui cambi di poltrona e precarietà finanziaria.
Lo stesso periodo che ha visto la libertà di parola e l’espressione artistica come nemici dei grandi bilanci e dell’algoritmo. In un mondo o bianco o nero, le sfumature di significato si riducono ai minimi storici portando le nuove generazioni a fare come i loro predecessori in tempi di crisi: cercare salvezza in un passato che sembra migliore del presente. Dunque, come quando si crea una collezione di un brand studiandone l’archivio e non emulandolo, così bisognerebbe fare con il 2016. Cercare le parti migliori e adattarle al nostro presente che non è poi così spacciato come sembra.
Photo cover via Demi Lovato.



